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La dittatura parlamentare di Giolitti



Quella esercitata da Giolitti du una “dittatura parlamentare” molto simile, per le forme in cui si manifestava, a quella realizzata da Depretis fra il 1876 e il 1887, anche se decisamente più aperta nei contenuti. Tratti caratteristici dell’azione di Giolitti furono infatti il sostegno costante alle forze più moderne della società italiana, il tentativo di condurre nell’orbita del sistema liberale gruppi e movimenti che fino a poco prima erano considerati nemici delle istituzioni, la tendenza ad allargare l’intervento dello Stato per correggere gli squilibri sociali. Questa linea politica si eplicava però, e qui tava il suo limite maggiore, in una dimensione liberal-parlamentare di stampo ancora sostanzialmente otocentesco. Il controllo delle Camere costituì l’elemento fondamentale dei sistema di Giolitti. Grazie ad esso lo statista potè governare a lungo senza l’assillo di crisi ricorrenti e addirittura abbandonare temporaneamente la guida del governo per riprenderla nel momento più opportuno. Per i socialisti rivoluzionari e per i cattolici democratici Giolitti era colpevole di far opera di corruzione all’interno dei rispettivi movimenti, dividendoli e cooptandone le componenti moderate entro il suo sistema di potere trasformista. Per converso, i liberali-conservatori, come Sidney Sonnino e Luigi Albertini accusavano Giolitti di attentare alla tradizioni risorgimentali, venendo a patti con i nemici delle istituzioni e mettendo così in pericolo l’autorità dello Stato. Nonostante l’ampiezza delle maggioranze parlamentari che continuavano a sostenerlo, Giolitti dovette così fare i conti con una crescente impopolarità, sintomo di interna debolezza di tutto il sistema, oltre che di distacco fra classe dirigente e pubblica opinione. Questi sintomi di difficoltà, già delineatisi con la crisi economica del 1907, si fecero più evidenti dopo il 1911, in coincidenza con le vicende legate alla guerra di Libia.
di Marco Cappuccini

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