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Argomenti principali de "L'Apologia di Socrate" di Platone

La difesa di Socrate davanti al tribunale ateniese sull'accusa di empietà e corruzione ricevuta da Anito e Meleto. Il testo ripercorre gli aspetti fondamentali del suo pensiero e del metodo dialettico, caratterizzati da un forte pulsione morale e dalla costante devozione verso gli dei.

Socrate si preoccupa anzitutto di dire il giusto, non di persuadere, e lo afferma. Si difende dall'accusa di Meleto che sia colpevole di perder tempo a scrutare i misteri d terra e del cielo e far passar per buone molte cose. Racconta del discepolo Cherofonte che, andato a Delfi, chiede al dio se vi sia qualcuno più sapiente di Socrate, la Pizia gli dice di no. Così Socrate si chiede poi cosa volesse dire l'oracolo, perché in sé sa bene di non esser sapiente. Si reca quindi da un uomo politico che va per la maggiore in fatto d sapienza, ma interrogandolo ha l'impressione che tale sia solo l'opinione degli altri su di lui. Così ritiene di esser più sapiente solo perché di entrambi che non san nulla, quello crede di sapere, e Socrate che nulla sa è convinto di non sapere. Quindi prosegue la sua ricerca, consapevole di farsi nemici. In tale indagine i più celebrati si rivelano spesso sprovveduti, e i migliori son sconosciuti. Poi si reca dai poeti e chiede loro di spiegar le loro opere. Capisce che questi compongono per una sorta d ispirazione, senza rendersene conto. Poi va dagli artisti, ma questi per il solo fatto di saper bene fare il loro mestiere son presuntuosi.

Socrate afferma: “in verità solo Dio è sapiente, e la sapienza umana è ben poca cosa. I giovani mi seguono spontaneamente, ma quest'indagine mi ha fatto nemici”.


L'accusa di corruzione dei giovani


Da Meleto è accusato di corrompere i giovani e non credere negli dei della patria, ma in nuove divinità. Socrate dice che non gli conviene fare del male perché correrebbe il rischio di ricevere cattive azioni. Se ha fatto il male lo ha fatto involontariamente, e in tal caso va solo ammonito. Socrate sostiene che le accuse di non credere negli dei dovrebbe rivolgerle ad Anassagora di Clazomene, i cui libri si trovan a pochi spiccioli e le cui teorie non c'è bisogno di apprenderle da lui. Ora fa una domanda a Meleto. Vi è chi non crede all'esistenza dei cavalli ma alle cose ad essi pertinenti? E chi crede alle opere divine ma non agli dei?
Se io credo nelle opere divine
, dice Socrate, devo credere negli dei.


Sulla morte e il compito di Socrate


Poi Socrate afferma di voler mettere in primo piano l' onestà rispetto al calcolo del rischio di vita e morte per le sue azioni. Come Achille che sfidò Patroclo nonostante la madre gli dicesse che poi sarebbe morto. Ancora Socrate: quando si è fatta la propria scelta o ricevuto un compito, bisogna tenere duro e non temere la morte più del disonore. Temere la morte è credere di esser saggi senza esserlo. Nessuno sa cosa sia la morte, ma tutti la temono come il più grande dei mali. E' ignoranza questa. Socrate non pretende di saper nulla dell'aldilà. ma sa che ingiustizia e disubbidienza son cose turpi, rispetto a chi è migliore di noi, sia un uomo o un Dio. Poi dice che mai lui abbandonerebbe la sua missione di filosofo, quella di esortare e ammonire. Ecco il compito di Socrate: cercare di persuadere giovani o vecchi a non prendersi troppa cura di corpo e beni materiali prima dell'anima perché questa divenga migliore, e dire loro che la virtù non nasce dalla ricchezza ma da essa deriva ogni bene e ogni ricchezza, per il singolo e gli stati. Un malvagio non può danneggiare un uomo buono.

Socrate: condannando lui difficilmente i cittadini troveranno qualcuno di simile, con la stessa funzione di un moscone su un alto cavallo (compito del maestro è di punzecchiare l'allievo). Socrate ha lasciato tutti i suoi interessi privati per star dietro ai suoi cittadini, e senza ricevere vantaggi o denaro, prova la sua povertà. In lui v'è qualcosa di divino e sovrannaturale, una voce che gli parla dentro fin da ragazzo e lo distoglie da molte cose. Dice di non avere interessi per la vita politica. Una volta era membro del consiglio dei 500 ed espresse un'opinione che poteva costargli la vita, ma senza temerlo. Dice di non essere un maestro, ma anche che non ha mai impedito a nessuno di ascoltarlo, offrendosi a tutti ma senza responsabilità, poiché egli non promette di insegnar nulla. La sua missione è un compito ordinatogli da Dio con segni, oracoli e sogni.

La pena di morte e la morte senza paura


Il giudice non va implorato, ma persuaso. Quando gli chiedono che pena si darebbe, dopo aver ricevuto la pena di morte, lui la prende sull'ironico: una pena per aver rinunciato alla vita agiata e pubblica? Per aver offerto il servigio di persuadere gli uomini a curarsi di se stessi prima di tutto? Un premio, meriterebbe. Socrate è convinto di nn aver fatto torti a nessuno. E dice che non sarebbe capace di starsene tranquillo. Il più gran bene per un uomo sta nell'indagare continuamente sulla virtù e sulle questioni attinenti, e la vita non è degna di esser vissuta senza tale indagine. Poi sostiene di esser stato condannato solo per non aver piagnucolato. In battaglia chiunque potrebbe evitare la morte supplicando i nemici. Facile è sfuggire alla morte, difficile sfuggire alla malvagità. La voce profetica del Dio in lui non ha detto nulla con la condanna: ecco perché ne deduce che quanto gli è accaduto è un bene e non siamo nel vero pensando che la morte sia un male. La morte infatti o è assenza totale di sensazioni, e quindi è il nulla, o è il passaggio dell'anima da un luogo all'altro. Se fosse la prima, sarebbe comunque un sonno meraviglioso, e un gran guadagno. Se è come un viaggio, potremmo essere al cospetto dei veri giudici e di grandi uomini come Orfeo e Museo, e parlare con loro.
“Anche voi giudici dovete dunque pensare che all'uomo buono non può toccare alcun male in vita o dopo morto e che gli dei non dimenticano le sue azioni”.
di Dario Gemini
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