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Ascanio Condivi e l'opera dedicata a Michelangelo

Dopo Vasari la biografia ad personam è molto più sviluppata. Ad Ascanio Condivi dobbiamo un'opera dedicata alla vita di Michelangelo Buonarroti, uscita tre anni dopo la prima uscita delle Vite di Vasari, nel 1553 dunque. Buonarroti era allora settantottenne e avrebbe goduto ancora di dieci anni di vita. Condivi era un suo allievo, accettato proprio per la sua insignificanza artistica. Buonarroti, infatti, non sopportava allievi troppo talentuosi accanto a sé.Vasari non è nominato, anzi, Condivi vorrebbe quasi sottindendere che il suo è un lavoro di rettifica delle inesattezze scritte da Vasari, che Michelangelo lo conosceva ben poco. Allude, tra le righe, anche al fatto che Vasari stesso si sia impadronito di notizie frammentarie rubate proprio all'opera del Condivi. Una fatica onesta quella del povero Condivi, e per questo quasi caduta nel dimenticatoio.
Quella del Condivi è la descrizione più intima di Buonarroti che noi possediamo. Frey ha addirittura ipotizzato che l'opera fosse una sorta di biografia autorizzata dallo stesso Michelangelo. Il libro è certamente scaturito da comunicazioni personali e il fatto che vi siano non poche inesattezze è attribuibile in parte al fatto che la memoria di Buonarroti non era più quella di una volta e in parte al
fatto che Condivi non comprendeva al volo tutto ciò che gli diceva il maestro. Bellissima la parte sulla gioventù del pittore e la scena in cui Michelangelo prende congedo dalla salma di Vittoria Colonna, l'unica donna, forse, che gli era davvero stata vicina nella vita e nel pensiero.
Per cultura e sapere Condivi è molto più in basso di Vasari. Ha uno stile trascurato che mostra come egli non fosse un letterato di professione ma un brav'uomo devoto alla figura carismatica del maestro, cosa che rende l'opera ancora più umana. Ciò non vuol dire che egli non avesse pretese e intuizioni letterarie. Al contrario, tentò di mettere per iscritto le idee di Michelangelo sui movimenti umani e la loro anatomia. Michelangelo era troppo vecchio per occuparsene e il Condivi, annotando le spiegazioni che aveva fatto a lui e al dottor Colombo, avrebbe voluto pubblicarle. Di questo progetto ci rimane solo notizia sulla imporante critica che fece alla dottrina delle proporzioni del Durer, reo di parlare solo delle misure del corpo (in riposo) sulle quali non si potevano dare regole sicure. Dell'espressione e del movimento del corpo umano, il vero argomento della critica, non ci rimane nulla. Tentò pure di pubblicare le poesie del maestro, da tempo raccolte, ma fu poi il nipote, Michelangelo Buonarroti il giovane a farlo, nel 1623.La sua importanza sta nel non avere mai usato il nome del maestro come insegna dei suoi progetti, mettendo invece la modestia della sua persona al servizio del grande maestro. Condivi non ha la grandezza di spirito necessaria a comprendere appieno l'arte del maestro e i suoi commenti sono in genere balbettamenti di frasette scolastiche. L'opera del maestro doveva apparirgli quasi sovrannaturale, e quel “formidabile” usato per definire la Cappella Sistina, è molto simile a quel “terribile” di Vasari, quasi volessero indicare, uniti, il sentimento generale del tempo sull'opera michelangiolesca.

di Gherardo Fabretti
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