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Aspetti corporei della risposta affettiva al trauma

Il nostro linguaggio incoraggia la distinzione tra il corpo e l'Io.
Non esiste, infatti, un'unica parola che ci permetta di dire "io-corpo".
È possibile utilizzare espressioni come " il mio corpo", implicando con ciò che il corpo ci appartiene, ma certamente non è il sè. Tai espressioni non riescono a far incarnare l'anima, lo spirito, la psiche o la mente entro i confini corporei.
Anche lo stesso termine "psicosoma" suona come uno stridente accostamento tra due concetti diversi nella sostanza. Il linguaggio rafforza l' idea che il nostro corpo sia un oggetto, come se la nostra pelle pulsasse, crescesse, vivesse qualcosa di diverso dalla propria identità personale.
Parliamo di " qualcosa che avviene a me", piuttosto che " di me che sta avvenendo".
La trama affettiva che unisce queste due spnde dell'essere umano non si costruisce da ognuno per se stesso, ma inizia a tessersi fin dalla vita intrauterina.
Il luogo in cui si origina la vita è il corpo. Attraverso sostanze chimiche, biologiche e organiche che i due corpi si comunicano reciprocamente e attraverso il contatto fisico, tra madre e bambino comincia a realizzarsi una qualche forma di linguaggio.
Questo tipo di comumnicazione ha una sua trama affettiva che si fonda su un sentimento profondamente radicato nell'istinto. La modalità più arcaica di comunicazione, dunque, nasce e si esprime tra un corpo che cresce contenuto e sentito dentro un altro corpo.

Un passo indietro

Se esaminiamo lo sviluppo dell'interazione che i concetti di mente e di corpo hanno avuto nel corso della storia della psicologia, ci accorgiamo di quanto i due concetti siano intimamente legati. Guardando indietro, la loro stretta relazione può essere colta con estrema evidenza fino al diciannovesimo secolo.
Una volta scissi i fenomeni mentali poterono essere più facilmente ignorati, al fine di esplorare con presunta oggettività un mondo, quello dominato dalla materia, che si prestava maggiormente all'indagine metodologica e scientifica.
Questa sottrazione lasciò alla parte che poteva essere spiegata un carattere troppo materialistico mentre l'altra metà fu ritenuta assolutamente soprannaturale e non indagabile.
Come risultato di questa frattura, si ebbe che i margini di entrambe le tematiche rimasero vivi: il concetto di mente e quello di corpo subirono un'evoluzione fino a diventare difficilmente integrabili. Per la psicologia ai suoi albori fu inevitabile pagare il tributo al materialismo e al determinismo propri delle scienze fisiche della fine del diciannovesimo secolo.
La giovanissima disciplina dovette uniformarsi ai criteri di empiricità e di oggettività, canoni essenziali per rientrare tra le scienze del tempo.
Su queste basi prese forma la scuola fisiologica tedesche, che vede tra i suoi più illustri protagonisti Fechner, Helmholtz e Wundt. La vita psichica è immaginata come la risultante di molte afferenze sensoriali.
La scuola tedesca studiava il meccanismo fisiologico con cui l'individuo prende coscienza del proprio corpo.
A tal fine si suppose l'esistenza degli "schemata" posturale e localizzatorio, al fine di spiegare la possibilità di individuare e localizzare costantemente gli stimoli interni ed esterni necessari per definire il proprio corpo distinto dal mondo esterno.
Al contrario, la scuola francese indagava la capacità dell'individuo di rappresentare l'esterno.
A loro parere, attraverso il senso dello spazio, l'individuo poteva estrapolare dati riguardanti la propria corporeità e la propria posizione. Essi, dunque, non affrontano direttamente il tema della rappresentazione psichica che l'individuo si crea circa il proprio corpo.
La scuola italiana, infine, era più vicina al filone tedesco. Sosteneva che la percezione del proprio corpo fosse la risultante di una rappresentazione in continua trasformazione a causa della disponibilità dell'individuo ad assorbire sempre nuove immagini di sè.
In linea con i colleghi tedeschi, incombeva la necessità di ipotizzare una continua attività di rappresentazione creativa. Secondo Schilder ogni individuoo possiede una rappresentazione del proprio corpo a prescindere dalle varie percezioni afferenti e dalle sensazioni cinestetiche e muscolari. Le vie sensoriali informano costantemente l'individuo circa l'esistenza e la posizione delle diverse parti che compongono il corpo.
Oltre a ciò, però, il soggetto ha una coscienza immediata e assoluta del fatto che il suo corpo esiste come unità. Il concetto di schema corporeo sta, dunque, ad indicare contemporaneamente sia la coscienza immediata dell'unità del proprio corpo nel tempo, sia la rappresentazione tridimensionale del proprio corpo nello spazio. Secondo Schilder, il confine tra l'immagine del corpo e l'Io da un punto di vista psicanalitico è alquanto oscuro e sfumato.

L'ESPRESSIONE DELLE EMOZIONI E DEL LINGUAGGIO


Il sistema limbico

Prima di addentrarsi nel tema delle emozioni e della loro modalità espressiva, è utile e doveroso un breve excursus nel tempo della neuropsicologia, per accennare brevemente a quelli che sono i meccanismi cerebrali dell'attività mentale sottostanti alle manifestazioni emotive.
Ogni sensazione, ogni percezione, ogni pensiero che nasce in poi ha una componenete piacevole o spiacevole. È impossibile dissociare una certa immagine, corrispondente ad un oggetto reale o a un oggetto interno, dal relativo stato emozionale. Ciascuno di questi stati emotivi è connesso a sensazioni che provengono dagli organi interni e delle quali è responsabile il sistema nervoso autonomo. In altre parole, quando abbiamo paura sentiamo che il cuore batte con più forza, il respiro aumenta la frequenza, lo stomaco blocca la digestione, gli occhi si spalancano, i muscoli vengono maggiormente irrorati, ecc... Al contrario, una sensazione di serenità è connessa ad uno stato di rilassatezza muscolare, il cuore batte più lentamente, il respiro appare regolare e disteso. Gli stati emotivi, perciò, influiscono in maniera positiva o negativa (eccitando o inibendo) sugli organi interni attraverso il sistema nervoso autonomo. Non è oggetto di questo lavoro affrontare il complesso dibattito circa la relazione causale fra emozione e reazione corporea. Esistono delle zone del cervello che, tramite la produzione di sostanze chimiche, generano quelle condizioni che poi sono percepite dal soggetto come stati emotivi.
Sulla parte mediale degli emisferi cerebrali, intorno al talamo, esiste una zona della corteccia cerebrale denominata giro del cingolo o corteccia cingolata.
Ad essa sono annesse diverse strutture, come il talamo, l'ipotalamo, l'ippocampo, il fornice, il corpo mammillare, l'amigdala, l'area del setto e il fascio mediale del proencefalo.
L'unione di queste strutture forma il sistema limbico.
La valutazione del significato affettivo degli stimoli può essere eseguita direttamente da queste strutture sottocorticali, le quali cooperanoo, però, con delle strutture corticali.
Il sistema limbico è in grado di distinguere situazioni emozionali da situazioni neutre anche a livello non necessariamente cosciente. Ricapitolando, esistono due strade che portano all'elaborazione dell'emozione.
La prima riguarda esclusivamente il sistema limbico ed è quindi inconsapevole.
La seconda, "supervisionata" dalla corteccia superiore ed è dunque consapevole.

Le emozioni primarie

Darwin ha ipotizzato l'esistenza di alcune emozioni fondamentali che l'uomo avrebbe ereditato dai suoi predecessori filogenetici. Secondo Darwin, l'esperienza emozionale sarebbe radicata nel biologico dell'individuo e sarebbe legata maggiormente alla memoria filogenetica, piuttosto che all'apprendimento individuale.
Quello portato avanti da Darwin fu il primo vero studio scientifico sull'argomento. I principi teorici su cui si basò per esaminare il materiale raccolto sono tre. Il primo è il principio dell'associazione delle abitudini utili, per il quale una serie di sollecitazioni muscolari di solito associate utilmente ad un'emozione viene ripetuta istantaneamente al minimo manifestarsi dell'emozione stessa.
Il secondo è il principio dell'antitesi, che si crea quando si ha uno stato d'animo opposto a quello di solito collegato con una serie espressiva di abitudini utili. In questo modo anche la serie di movimenti espressivi è esattamente opposta.
Il terzo principio, quello dell'azione diretta del sistema nervoso, ha influito molto sull'elaborazione delle teorie psicanalitiche, specialmente nel pensiero freudiano. Secondo lo stesso Darwin: "la sensazione, quando sorpassa un certo grado, si trasforma d'ordinario in azione corporale. Un afflusso di forza nervosa senza un agente regolatore prende manifestatamente e subito le vie più abituali, e, se queste non bastano, si riversa successivamente nelle vie non abituali."
Sulla scia di Darwin, numerose ricerche hanno in seguito dimostrato l'esistenza di elementi costanti nell'espressione emotiva che si ritrovano in tutte le culture del mondo.
Questa continuità nel modo di manifestare le emozioni da parte di popolazioni di diverse culture diventa molto più evidente se si prendono in considerazione principalmente un ristretto gruppo di emozioni che rappresentano il nucleo emotivo degli individui.
I vari autori sono pressochè concordi nell'inserire in questo gruppo di emozioni, denominate primarie, rabbia, disgusto, tristezza, gioia, sorpresa e, in misura minore, interesse. In altre parole, esistono certe emozioni, denominate primarie, la cui modalità espressiva è pressochè identica in tutte le culture. Darwin aveva intuito la funzione adattiva (nei termini di agevolazione della sopravvivenza dell'individuo e della specie) della comunicazione delle emozioni. Successivamente, i vari studiosi individuarono due livelli di comunicazione: quello della comunicazione spontanea e quello della comunicazione simbolica. Al primo livello, più primitivo e meno evoluto (comunicazione spontanea), il rapporto tra attivazione dell'organismo e valutazione cognitiva dello stimolo risulta essere automatico, non mediato.
Nel secondo livello (comunicazione simbolica), invece, vi è un codice culturale complesso, appreso e mediato anche attraverso elementi comunicativi verbali, che interferisce nel processo. Scherer elaborò un modello molto utile al fine di descrivere le modalità in cui le informazioni relative ad uno stimolo emotigenosiano recepite dall'organismo.
Secondo questo modello, l'informazione in arrivo passa attraverso una serie di controlli(" SECs" ovvero "controlli valutativi dello stimolo") prima di ottenere una rispsota nell'organismo. Nel modello di Scherer, il monitoraggio ai vari livelli dello stimolo emotigeno in entrata ha un ruolo chiave nel determinare nell'individuo differenti elaborazioni del vissuto emozionale e le differenti risposte espressive.
Nelle situazioni di pericolo, in cui prevalgono emozioni come paura e sorpresa, il fatto che si verifichi un passaggio diretto dalla sensazione provata all'azione (per esempio la fuga), non mediato dalle funzioni superiori, rappresenta un grande vantaggio per quanto riguarda la sopravvivenza. Si può estrapolare un secondo livello in cui l'individuo che prova l'emozione può tenere conto di scopi e aspettative. A questo livello è possibile anche un eventuale monitoraggio e valutazione delle conseguenze che le proprie emozioni possono avere sugli altri.
Per gli animali che vivono in branco, è molto importante considerare la risposta comportamentale degli altri membri di fronte al manifestarsi di un'emozione propria, al fine di agire in modo coordinato e coerente all'interno del branco. Infine, in un livello più elevato, ed esclusivamente umano, si possono inglobare tutte quelle emozioni quali vergogns e imbarazzo che possono derivare precisamente da un comportamento che non si conforma alle norme sociali o ai valori ideali del proprio sè.

L'espressione facciale e vocale delle emozioni

Gran parte degli studi che i vari autori hanno dedicato all'espressione visibile delle emozioni si sono limitati al canale espressivo rappresentato dal volto.
L'espressione favcciale fornisce elementi fondamentali per il riconoscimento di un'emozione, mentre i gesti, la postura e la prossemica non danno sufficienti elementi altrettanto utili per individuare l'emozione che si sta provando.
Queste altre modalità di espressione dell'emozione forniscono prevalentemente informazioni circa l'intensità dell'emozione, piuttosto che sull'emozione in sè.
Darwin per primo osservò che alcuni primati molto vicini all'uomo nella scala evolutiva rispondevano agli stimoli emotigeni con una modalità mimica del volto molto simile a quella umana. Egli, inoltre, sosteneva che le espressioni facciali relative a deteminati stati emozionali fossero universali e prescindessero, dunque, da fattori quali cultura, sesso, istruzione. Molti studiosi, in seguito, tentarono di confermare le intuizioni di Darwin.
Secondo Ekman e Friesen, le differenze culturali possono influire esclusivamente a livello delle regole che governano l'espressione nelle diverse situazion sociali, piuttosto che nel comportamento espressivo in sè.
Ekman e Friesen parlano di " regole di esibizione".
Tembrock è stato uno dei pochi studiozi del campo a estendere i concetti di emozione e affeto anche agli stati psichici degli animali. Secondo le sue affermazioni, esiste una precisa relazione tra i particolari stati degli animali e gli aspetti della fonazione. Questi aspetti si dovrebbero manifestare in alcune caratteristiche che rimarrebbeo costanti anche con il variare della specie. Elementi come le caratteristiche somatiche, lo status sociale, il contesto ambientale dell'animale vanno inevitabilmente a influenzare le tre principali dimensioni della fonazione, vale a dire l'intensità, la frequenza e la struttura. Suoni brevi e ripetuti, con bassa frequenza, si riscontrano in situazioni di rilassamento e benessere dell'animale. Le basse frequenze possono caratterizzare, inoltre, segnali vocali di minaccia e di dominanza.
Quando, in situazioni di confronto, invece, l'animale vuole esprimere segnali di difesa, lo spettro della frequenza si allarga e i segnali hanno, in genere, breve durata.
Le alte frequenze, gli improvvisi cambi di frequenze e il prolungamento della durata del suono caratterizzano le situazioni di sottomissione. Anche il linguaggio umano si fonda sulla vocalizzazione. Esso, pertanto, comporta un continuo mescolamento, nell'atto del parlare, fra quelli che sono elementi cognitivi linguistici e quelli che sono elementi emotivi non linguistici.

LA COMUNICAZIONE NON VERBALE E IL LINGUAGGIO VERBALE

Comunicazione non verbale e linguaggio verbale
Al fine di capire come muoversi tra gli elementi che caratterizzano la comunicazioneè utile mettere in luce i vari casi i vari casi in cui gli atti non linguistici interagiscono ed entrano in rapporto con il linguaggio verbale, fornendo esempi estrapolati da situazioni quotidiane.
gli atti non verbali possono esprimere lo stesso significato degli atti verbali oppure, al contrario, possono convogliare significarti che contraddicono i messaggi verbali i messaggi non verbali che accompagnamno una sequenza verbale possono riferirsi agli aspetti più globali dell'interazione piuttosto che allo specifico messaggio verbale gli atti non verbali possono anticipare contenuti verbali che verranno presentati più tardi occorre possono riferirsi a contenuti verbali che sono già stati espressi precedentemente una specifica parte della comunicazione espressa verbalmente può essere sottolineata attraverso la comunicazione non verbale anche il silenzio può trovare spiegazioni e significato nella comunicazione non verbale la comunicazione può essere finalizzata a mantenere, regolare e sincronizzare, il flusso comunicativo gli atti non verbali possono sostituire una parola o una frase contenuta nel messaggio verbale.
Da quanto detto si possono individuare per lo meno tre funzioni principali della comunicazione non verbale.
In primo luogo essa ha una funzione di metacomunicazione ciò che si sta esponendo verbalmente.
Inoltre, la comunicazione non verbale è espressione delle emozioni, sentimenti e atteggiamenti inconsapevoli. In ultimo, trasmette per lo più atteggiamenti che riguardano in sostanza la relazione nei suoi molteplici aspetti.

Elementi della comunicazione non verbale

Nel setting psicanalitico sono presenti numerosi elementi non verbali che entrano in gioco e interagiscono sia dalle prime battute nella comunicazione tra paziente e analista. Andiamo per ordine.
In ambito psicanalitico, il luogo è pregno di indicazioni riguardanti il gioco relazionale che comincia a prendere forma tra i due interlocutori.
Ad esempio, lo stile di arredamento, semplice o ricercato, freddo o accogliente, la disposizione delle sedie, la presenza o meno della scrivania, il "lettino" e la posizione nella stanza dell'analista nei confronti del paziente sono i primi segnali che cominciano a fluttuare tra terapeuta e paziente.
Allo stesso modo, in un reparto ospedaliero, così come nei contesti propri dell'educativa territoriale o comunitaria, vari elementi esterni come, per esempio, la presenza di piante, posters alle pareti, luoghi in cui incontrarsi e socializzare, possono creare un ambiente più o meno accogliente e fertile allo scambio relazionale. Altri fattori non verbali fondamentali presenti in aquesta situazione sono tutti quelli riconducibili all'aspetto esteriore degli interlocutori. È importante notare che non tutti questi segnali sono completamente controllabili.
Parallelamente all'immagine di sè che si vuol fornire in modo intenzionale vengono anche trasmessi involontariamente indizi che vanno più in profondità. Ma la maggior parte delle informazioni fornitedalla comunicazione non verbale è riconducibile a quelli che sono gli "aspetti cinesici".
In ambito clinico-psicologico, a partire da segnali come le espressioni facciali, il modo di muoversi, di camminare, i gesti, le posture, lo sguardo, si possono ottenere importanti informazioni circa la storia non narrata dell'individuo, l'aspetto patologico e gli eventuali cambiamenti del quadro clinico del paziente.
Infine, ci sono quegli aspetti paralinguistici quali il tono, il timbro e l'intensità della voce che rispecchiano sia lo stato emotivo del soggetto, sia i suoi atteggiamenti e comportamenti interpersonali.

LA FORZA PSICHICA DEL CORPO

Il corpo che comunica

Il maestro
La funzione simbolica delle anomalie del comportamento conferma il legame tra fisico e psichico, tra cropo e mente, in maniera concreta, osservabile e crea un nuovo modo di considerare e osservare l'uomo.
Il "comportamento" e i "movimenti espressivi" vengono visti da Freud come mezzi attraverso cui indagare in maniera scientifica lo stato psichico nell sue profondità e poterlo interpretare. L'anello che congiunge questi due aspetti dell'essere umano (psiche e corpo) viene ben presto individuato nel concetto di pulsione.
Il padre fondatore della psicanalisi rintraccia subito nel soma (il corpo) la fonte da cui trarrebbe origine la libido. La pulsione viene a evidenziarsi come una determinata quantità di energia che nasce nel corpo ed esige soddifacimento, necessita lo scarico.
Viene a trovarsi necessariamente incanalata verso l'oggetto. Freud suppone che le pulsioni esistessero alla base dell'organismo e dei suoi bisogni.
Quando una pulsione entra in azione, produce uno stato di eccitazione.
Questa situazione regola l'attività dell'individuo in modo che egli tenderà inevitabilmente a fare in modo che l'eccitazione si consumi.

L'allievo
Sandor Ferenczi, tra i più creativi e originali allievi di Freud, riprende queste teorie e le arricchisce con la propria riflessione.
In generale, ci sarebbero, secondo Ferenczi, parti del corpo particolarmente predisposte all'accoglienza fisiologica di eccitamenti istintuali inconsci.
Scrive Ferenczi " la psiche infantile (e la tendenza inconscia si conserva anche nell'adulto) si occupa dapprima solo del piacere provocato dal succhiare, dal mangiare, dal toccamento delle zone erogene e delle funzioni escretorie; non c'è da meravigliarsi se anche la sua attenzione è il primo luogo rivolta a quegli oggetti e quei processi del mondo esterno che, in base ad una sia pur lontana analogia, gli ricordano le esperienze più gradite".
Passando dalla psicopatologia, Ferenczi nota come nei suoi pazienti alcune parti corporee possono costituire, in certe circostanze,un luogo in cui il rimosso può trovare lo spazio per la propria espressione comunicativa.
Queste parti del corpo, secondo Ferenczi, sono quelle monitorate dalla coscienza in modo meno costitutivo. Queste parti corporee sembrano quasi portare dei messaggi dall'inconscio, dando vita ad un linguaggio che non è accessibile al paziente.
Egli lo subisce, non riuscendo a comprenderlo, nè tanto meno a significarlo.
A più di ottanta anni di distanza, sulla scia di Freud, egli aveva già intuito il valore comunicativo che a volte i sintomi, attraverso il corpo o attraverso alcune parti del corpo, possono assumere.
Freud, intuito il contenuto comunicativo del sintomo, sembra orientarsi decisamente verso il significato simbolico. Ferenczi, invece, appare sì attratto dal contenuto del messaggio che viene veicolato dal corpo ma, oltre a ciò, dirige la sua attenzione soprattutto al significato simbolico che un gesto, un sinonino, un silenzio, possono assumere all'interno della relazione terapeutica analista-analizzando.

Il trauma e le forze arcaiche del corpo

Molto interessante è il pensiero ferencziano riguardo al rapporto tra mente e corpo, riportato nel " Diario clinico": "sostanza inorganica e organica sono un legame energetico saldamente organizzato, tanto saldamente che esso non viene toccato neanche da forti stimoli perturbatori".
Secondo Ferenczi in certe condizioni traumatiche o di forte stress ciò che lui definisce la sostanza si riapproprierebbe della sua capacità psichica, al fine di riottenere e salvaguardare l'equilibrio perduto.
Il corpo umano possiederebbe una qualche forma arcaica di qualità psichica. Questa si manifesterebbe in particolari circostanze abnormi. È lo stesso Ferenczi a sottolineare che: "nei momenti di difficoltà, a cui il sistema psichico non è preparato, si risvegliano forze psichiche molto primitive le quali cercano di assumere il controllo della situazione perturbata". Ferenczi parte dap presupposto che, in particolare nei primi 3-4 anni di vita, il bambino reagisce agli stimoli ambientali quasi esclusivamente attraverso sensazioni e risposte corporee. Si costituisce, in questo modo, una particolare tipologia di memoria primordiale che potremmo definire corporea. I sentimenti vissuti in passato nel corpo possono riemergere e tornare a colorare nuovamente il "mondo dei significati" che si fonda a partire dal corpo.
Questo processo è funzionale a livello di autoconservazione della persona, ma porta con sè gravi conseguenze. Infatti, quando si risvegliano queste forze psichiche primarie e si innesca questo meccanismo, non è facile fermarlo.
Da quel momento in avanti il corpo può comportarsi fidandosi esclusivamente delle proprie forze primarie, come se ritenesse incauto conformarsi alla normalità e alla tolleranza dell'ambiente in qualunque circostanza.
Tale strategia conservativa del corpo si manifesta in modo ancora più accentuato quando si presentano quelle situazioni che rievocano o richiamano in qualche modo alla memoria le esperienze traumatiche passate.

L'OPERATORE E IL PAZIENTE: DUE CORPI SI INCONTRANO


Comunicarsi emozioni
Dopo aver descritto gli aspetti della comunicazione intesa come scambio volontario o meno di messaggi verbali o non verbali, verranno ora affronati brevemente i concetti di identificazione proiettiva e di personificazione. La prima vera formulazione di identificazione proiettiva è da attribuire a Melanie Klein.
Secondo la Klein, il bambino ha la fantasia di entrare nel corpo della madre, ponendosi in una relazione oggettuale di tipo aggressivo.
I meccanismi che intervengono in questo processo sono sostanzialmente due.
In primo luogo, il Sè viene scisso in una parte buona e in una parte cattiva.
La parte cattiva viene espulsa e proiettiva dentro la madre, più semplicemente viene proiettata dentro il seno della madre. La scissione ha dunque due funzioni: una è quella di danneggiare l'oggetto perchè invidiato, l'altra rappresenta un tentativo di impossessarsi della madre dal di dentro al fine di controllarla. Ma a questo punto, la madre diventa per il figlio l'oggetto cattivo, la concretizzazione stessa fantasmatica della parte cattiva di sè che è stata proiettata nella figura materna. Estendendo il discorso oltre il confine della relazione madre-bambino, si può affermare che l'identificazione proiettiva ottiene vari effetti.
Innanzitutto, le parti indesiderate del Sè, quelle che creano dolore, sofferenza e invidia, vengono separate, scisse e messe dentro un altro corpo in modo da farle provare all'altro. Qualcosa di sè viene fatti provare ad un altro; ciò comporta che chi è fatto oggetto di identificazione proiettiva è spinto non solo ad assumere certe condotte, ma anche a provare certi vissuti e certe situazioni.
Se prendiamo in considerazione una relazione sana tra madre e figlio, il bambino scinde e proietta sulla madre le parti cattive di sè, quelle che non viene a tollerare.
La madre, attraverso la sua funzione di reverie, è capace do contenere queste parti negative, sopravvive loro e le restituisce al bambino bonificate, elaborate, pregne di significato.
In tal modo, il bambino introietterà il modello stesso della funzione di contenitore materno, imparando a contenere le proprie emozioni e quindi a pensarle senza modificare la natura delle persone intorno a lui.
Se si riflette sulla relazione psicanalista-paziente ci si rende conto di un parallelismo con la relazione madre-bambino. Infatti, la possibilità di vivere l'esperienza con un analista in grado di contenere le emozioni ricevute, piuttosto che respingerle, offrirà al soggetto la possibilità di imparare a comprendere la natura e le relazioni dinamiche tra sè e gli altri a partire dalle sue emozioni.
Ciò è carattistico di tutte le relazioni umane in cui vi siano scambi comunicativi che abbiano a che fare con il sentimento e con le emozioni.
Gli aspetti emotivi che permeano lo scambio relazionale interagiscono continusmente con gli interlocutori e promuovono quel processo definito personificazione. Il termine personificazione indica appunto quel fenomeno per cui uno dei membri della coppia, o del gruppo, racchiude su di sè, unificandoli, gli elementi emotivi caotici non ancoa mentalizzati. Gli scenari interni di una persona che si trova a vivere una situazione di disagio fisico o psichico presentano dei vuoti dai quali emergono "brulicanti" elementi emotivi che condizionano la relazione dell'individuo con l'altro. Attraverso la personificazione, l'operatore, così come l'analista, si trova a rappresentare su di sè questi elementio emotivi e a viverli dentro di sè. È importante, quindi, che l'operatore sia in grado di riconoscere questi aspetti, quando li vive, poichè nel contempo sono suoi e del paziente. In ambito di sofferenza mentale o fisica, questo processo può diventare trasformativo soltanto all'interno di una relazione in gradi di svolgere una funzione di contenitore per le angosce. In particolare, focalizzando la nostra attenzione sulla figura dell'operatore, il suo corpo, se opportunamente ascoltato, può diventare un sensibilissimo prgano di ricezione.
In tal modo, a partire dalle sensazioni corporee che sono state evocate in lui, a fronte di una capacità di pensare, l'operatore può duventare sensibilmente più vicino al paziente. Per entrare in contatto ed essere in grado di accogliere la sofferenza è auspicabile che queste figure professionali si sottopongano a tranches formative orientate a sostanziare il tipo di contatto presente con le proprie emozioni, a partire dalla propria storia relazionale, per permettere una conoscenza emotiva di sè.
La capacità di stare con gli altri nei modi e tempi descritti, che si possono definire un po' provocatoriamente " igiene relazionale", presuppone mettere in gioco la propria persona nella sua interezza di corpo e di mente.
di Ivan Ferrero
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