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Calvino dal sogno alla realtà

Il midollo del leone, 1955, una delle più limpide e complete dichiarazioni di poetica. Si tratta di un immaginosa formula con la quale si vuole definire il succo vitale che scaturisce da ogni vera grande poesia.
La dimensione del racconto (narrativa) assume in Calvino una qualifica di libertà fantastica e creativa. La letteratura partecipa perciò della storia, ma lo fa in un modo suo proprio. La letteratura può anche essere educativa: ma ciò che insegna e propone non è una tesi, un’ideologia, un’immagine scientifica della realtà; essa propone e insegna un’interpretazione singolare della realtà, che agli uomini può servire solo per essere più uomini aiutandoli a diventare più intelligenti, sensibili e moralmente forti. Pertanto gli occhi della narrativa
devono essere ben aperti sulla realtà. Se Pasolini sulla presa di coscienza storica e sociale della realtà della quale viviamo, inserisce tutto il suo dramma personale di essere alienato e diviso, sovrapponendo spesso all’oggetto se stesso, Calvino punta tutto su due termini, che possono essere strumenti di una ricerca oggettiva, due termini che sono l’espressione più compiuta di questo neoilluminismo: intelligenza e volontà; per cui mentre Paolini cade facilmente nel misticismo, Calvino rifiuta ogni misticismo e irrazionalismo, come estranee alle sue intenzioni narrative e poetiche, oltre che alla sua sensibilità. Proporsi l’intelligenza e la volontà come strumenti coordinatori del proprio lavoro, significa riproporsi l’individuo come centro essenziale della narrativa. Ne consegue che ciò che interessa è il ritmo stesso dell’azione e della vita (Calvino va dai fatti alle persone). Il punto di maggiore interesse della poetica di Calvino sta proprio in questo suo interesse per i casi della vita, come prove che l’uomo affronta e supera, per cercare di ricostruire in se quell’unità e armonia che continuamente la storia intorno a lui dilania e contraddice. Egli intende cercare sotto la banalità e l’ovvietà dei casi quotidiani un senso dell’avventura, che è l’avventura dell’uomo alla ricerca di se stesso e dei suoi sentimenti fondamentali; logica perciò l’inclinazione di Calvino per le fiabe: esse non lo interessano perché sollecitano una sua compiacenza per il primitivo, ma perché sono vere, perché in esse tutto è azione, e nello stesso tempo moralità, giustizia e intelligenza. A differenza di Pavese (che credeva di scoprire in ogni aspetto della storia il mito), Calvino vuole scoprire nel mito e nella favola, la storia.

di Alessia Muliere
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