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Calvino fuori dal neorealismo

Calvino dunque è fuori dal neorealismo per quella lucida volontà di consapevolezza, ma allo stesso tempo vi rientra quando dimentica di tradurre in situazioni concrete i suoi giudizi generali sulla realtà. Nell’arco di poco meno di una decina d’anni (1947-54) Calvino porta a compimento numerose operette (Sentiero dei nidi di ragno, Ultimo viene il corvo, Visconte dimezzato, Entrata in guerra, Speculazione edilizia, Barone rampante) che denunciano la voglia di concludere presto e passare ad altro, piuttosto che una facile vena espressiva.
Inoltre ci sono almeno tre romanzi scritti ma rimasti nel cassetto, non pubblicati perché rifiutati o non riusciti, di ambiente cittadino e operaio, ovvero opere più chiaramente indirizzate verso problemi sociali e storici. Ciò che bisogna annotare tuttavia non è tanto la riuscita delle prove più fiabesche rispetto a quelle più impegnate ma la singolare dictomia che si manifesta in Calvino quando egli tenta di passare dal piano delle intenzioni a quello dell’applicazione. Storia e avventura, umanità e natura, i termini intorno ai quali egli vorrebbe costruire i suoi racconti, van ciascuno per suo conto: e la storia non riesce a diventare avventura (i casi degli uomini sono pesantemente investigati, la macchina della storia è messa in moto per forza di volontà e va avanti a forza di sacrifici della fantasia) e l’avventura non riesce a diventare storia (il senso della vita come conquista curiosità ricerca, non si trova più nei casi degli uomini che siamo abituati ad amare, ma nei casi delle macchinette, dei burattini, delle figurine che popolano le allegorie di un mondo lievemente allucinato e irreale
della fantasia). Nella prima fase dell’attività calviniana (che si conclude col Barone rampante), da luogo a romanzi caratterizzati da impasti di fantasia e realtà (di cui l’espressione migliore è il Sentiero dei nidi di ragno); la successiva fase si apre con la speculazione edilizia, in cui, nel segno dell’intelligenza, supera la contraddizione esistente fra la sua volontà di riflettere i movimenti della storia (e quindi delle classi) e la sua fantasia, incapace di ritrovare proprio in quella storia i succhi che la nutrono e la soddisfano. Cioè non si
limita solo a definire i limiti della propria opera e i la portata delle proprie intenzioni, ma lega criticamente le sue intenzioni alla propria cultura, alla propria formazione, alla propria personalità e sensibilità. Consapevolezza significa dunque conoscere la realtà e la storia da cui traiamo una spinta a produrre in unica certa direzione, ma significa anche s soprattutto conoscersi. Quello che conta in definitiva è il punto di vista, il contenuto concreto, non l’argomento dell’opera. Accettare consapevolmente e criticamente il proprio
contenuto, per farne uno strumento d’indagine e perciò di verità. Calvino tenta di esaminare la storia con una distaccata oggettività e una implacabile ironia. Nella speculazione il moralismo calviniano raggiunge il punto massimo d’identificazione con la storia: non è Calvino che parla e giudica, sono le cose che parlano e si giudicano.

di Alessia Muliere
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