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Contrattazione articolata e sezioni sindacali d'azienda

Il congresso della CGIL dell'aprile 1960 segnò l'accettazione del principio della contrattazione articolata: si trattava di una scelta che da una lato imponeva di dar voce alle Federazioni nell'organizzazione interna, dall'altro implicava un decentramento superando gli ostracismi contro gli organismi sindacali d'azienda che sfuggissero al controllo del centro. L'avversione per le sezioni sindacali aziendali (SAS) veniva superata e la CGIL cominciava a considerarle come strumenti mediante cui stabilire un contatto con il mondo del lavoro e l'organizzazione produttiva delle aziende.
Questo era necessario in seguito alla massiccia diffusione dei metodi tayloristici di produzione che imponeva al sindacato maggior attenzione per la tutela dei lavoratori e la presa di coscienza del mutamento del ceto operaio.

Accanto al lavoratore dotato di specifiche professionalità, infatti, emergeva una nuova figura, quella "dell'operaio massa", ossia un lavoratore industriale di prima generazione, generico e con scarse professionalità, generalmente proveniente dal Mezzogiorno, con seri problemi di integrazione sia nella fabbrica sia in un più ampio contesto sociale (per motivi di ordine materiale ma anche per le barriere culturali che lo rendevano un corpo estraneo nella realtà delle grandi città industrializzate del Nord).
Questo lavoratore (inizialmente passivo) guardava al sindacato, soprattutto quando percepiva quest'ultimo come un organizzazione volta alla tutela dei lavoratori dotati di maggiori capacità professionali. La stessa richiesta sindacale della cd job evaluation (durante il congresso del '60), che implicava un ruolo attivo delle rappresentanze sindacali in azienda nel definire il livello professionale del lavoro, il rendimento e il relativo premio di produzione. rientrava nell'ottica di questa nuova presenza sindacale nelle aziende ma rischiava di essere intesa dall'operaio non qualificato come motivo di diffidenza nei confronti del sindacato.
Comunque, per ora, il decentramento costituito dalle SAS e dalla rivitalizzazione delle CI rappresentava, per la CGIL, un modo per ripristinare il consenso della base che si era incrinato negli anni '50. Naturalmente, per tradizione, tali organi erano intesi come strumenti di rappresentanza e mobilitazione per tutte le maestranze.
Lo stesso Novella, ad un convegno tenuto a Livorno nel luglio '61, attribuì alle SAS il compito di "realizzare una politica di unità d'azione fra tutti i lavoratori". Per questo scopo, si prestavano meglio le CI che erano elette da tutte le maestranze sia pure sulla base di liste presentate dalle sezioni sindacali.
Tuttavia, le SAS stentarono a decollare e al Convegno FIOM del luglio '64, Trentin denunciò la loro lenta diffusione.

Diverso era l'approccio della CISL che vedeva nelle SAS uno strumento di insediamento del sindacato nella periferia del sistema produttivo e dava poco importanza all'aspetto della mobilitazione dei lavoratori. Proprio per tale motivo, le CI erano guardate con sospetto, perché si temeva che potessero divenire uno strumento nelle mani della CGIL, dal momento che la CISL sosteneva la corresponsabilizzazione in tema di politica economica: si temeva la carica contestativa che poteva provenire dalla base mobilitata dalla CGIL contro le scelte del governo.
Diversa ancora era la posizione della UIL che, da un lato sosteneva la natura classista del sindacato e dall'altro era contraria alla contrattazione aziendale: questo dipendeva dalla debolezza numerica e organizzativa e quindi dalla necessità di evitare il terreno del confronto decentrato, accettando semmai (dopo i successi nella vertenza elettromeccanici) quello di settore.

di Cristina De Lillo
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