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Costruire identità


Il termine identità nella lingua italiana non ha plurale, che porta quindi a pensare una sola identità, che coincide con quella etnica o nazionale. Un gruppo umano diventa etnia, popolo o nazione non sulla base di dati ascritti, ma per via di un processo e di conseguenza organizza il mondo sulla base di un’alterità creata, che definisce il confine noi/loro. Molte popolazioni addirittura si chiamano "gli uomini", come se solo loro avessero questa caratteristica. La produzione dello straniero è un processo che oltrepassa i confini che abbiamo creato, definendolo come chi non si adatta alle mappe cognitive, morali o estetiche del mondo, e con la sua semplice presenza rende opaco ciò che dovrebbe essere trasparente. Siamo ciò che gli altri non sono, portando l’identità a un fatto relazionale, che si costruisce e si negozia continuamente, un processo costante in cui noi si fonda sul non essere altro. Bisogna inoltre considerare che le tradizioni molto spesso ce le creiamo noi, con il processo chiamato filiazione inversa, secondo la quale sono i figli a generare i propri padri, per far diventare naturale quello che potrebbe non esserlo. I richiami alle origine e alla purezza sono in realtà proiezioni all’indietro di aspirazioni attuali, come richieste di autonomia, interessi locali, ambizioni di leader, sono delle "retroproiezioni camuffate". Ogni identità locale si costruisce connettendosi a dei significanti globali dei quali non può fare a meno: anche la tipica opposizione locale/globale perde di forza nel momento in cui ci si rende conto che il locale più che primordiale è proteiforme; i flussi attuali permeano i molti locali del mondo di elementi globali, innescando un processo dialettico continuo.
Le identità sono inscritte in un processo storico continuo e sono in mutamento perenne, anche se spesso, alla base di tali cambiamenti ci sono rapporti di forza che costringono gli individui a schierarsi, a darsi un’identità che in una situazione egualitaria non avrebbero dovuto mettere in atto. Se in alcuni casi l’identità viene imposta, in negativo, al più debole, in altri viene proposta in positivo come ideale vincente e necessario alla sopravvivenza, ma bisogna produrre una retorica che escluda gli altri e che giustifichi l’esistenza di un noi, senza considerare se sulla base di eventi storici: ciò che conta è che l’idea di tali fatti sia condivisa.

Tratto da IL PRIMO LIBRO DI ANTROPOLOGIA di Elisabetta Pintus
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