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Crisi economica e crisi sociale nel '29 – René Girault e Robert Frank

La crisi economica è vissuta come una crisi sociale, cosa che peraltro essa è, e nella lettura di tali eventi è ben più comodo associare considerazione di ordine politico alle difficoltà sociali che ragionare sugli schemi economici. Nelle democrazie, gli antagonismi politici tradizionali continuano alimentandosi agli effetti visibili della crisi; poiché una svalutazione sembra necessariamente una sconfitta politica, ci si rifiuta di prenderla in considerazione a sangue freddo e si cerca di scaricarla all’avversario. Negli Stati e nei partiti totalitari, essendo l’avversario politico ridotto al silenzio, si cercherà il capro espiatorio, sia all’interno in nome della razza o della classe, sia all’esterno in nome della difesa nazionale.

Da qui arriva allora la soluzione decisiva: bisogna ripiegare su se stessi, sulla nazione più o meno largamente intesa e opporre il massimo di barriere ai fermenti venuti da fuori. L’autarchia, totale o parziale, diventa il rimedio. Protezionismi e altre forme di egoismo nazionale prendono il passo gli accordi e le intese internazionali. Gli uomini, così profondamente colpiti dalla crisi, ritrovano le stesse reazioni gregarie di appena venti anni prima, quando si erano trovati in guerra: cerca di salvarsi contro gli altri. Una volta ancora, i nazionalismi la vincono.
Tre esempi permettono di capire le cause e gli effetti di questi egoismi nazionali. L’opposizione tra antiamericanismo in Europa e nel mondo (vi si scaricano le responsabilità del disordine mondiale) e ingratitudine europea secondo gli Americani è forte. Parimenti, poiché il calo dei prezzi tocca profondamente certi settori economici, si giunge a pensare che questo calo inspiegabile è dovuto all’azione volontaria di alcuni paesi che praticano il dumping, vale a dire la vendita di merci all’estero a prezzi inferiori rispetto al mercato interno. Ancora, nei paesi in cui gli investimenti esteri sono serviti da motore all’industrializzazione, la reazione degli investitori non sarebbe quella di ritirarsi e di farsi rimborsare? L’odio per i capitali stranieri e i paesi accusati di praticare dumping rafforza così i nazionalismi; ciò porta alla difesa prioritaria del produttore nazionale, come faranno anche sindacati padronali e operai.

Nei paesi con forti minoranze nazionali, si arriva nello stesso tempo a voler escludere le minoranze dal diritto al lavoro, si giustificano le ondate di antisemitismo. Incontestabilmente, la crisi alimenta il razzismo. Ovunque nel mondo, la difficoltà economica non porta verso la solidarietà internazionale, ma verso l’egoismo nazionale.

di Domenico Valenza
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