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Debenedetti : una scrittura tra metafora e rigore


Inclassificabile Debenedetti come inclassificabile è la sua scrittura, sempre sospesa tra metafora e rigore. Riflessioni scritte che pur procedendo con sicura razionalità, nascondono pieghe fatte di cautele e dubbi sul rischio di nominare troppo direttamente cose, problemi, autori e opere, perchè, pensava, troppo ampio spesso è il divario tra la possibilità della parola stessa e i limiti di essa nell’ambito della comunicazione pubblica. Ciò non vuol dire che egli si nasconde dietro una scrittura oscura, guardando invece con sospetto a quella che, nella prolusione universitaria del 1951 a Messina, uscita poi come saggio dal titolo Confronto col diavolo, chiamava la critica complicata. Ricordando tra le altre cose il libricino proustiano del 1896, Contro l’oscurità, Debenedetti collega quella critica complicata in rapporto inversamente proporzionale all’incremento del calore e della passione che animano il critico, perché, sosteneva, un discorso critico mosso da vero entusiasmo, finisce sempre col trovare accenti semplici, come le sue idee diventano visibili e profilate come dei personaggi.E la gioia e il calore del critico, Debenedetti le mostrava ampiamente anche durante le sue lezioni universitarie. Qui la sua inquieta problematicità veniva manifestata entro uno spazio di conversazione urbana e civile, distendendo la sua critica con toni pacati, mostrando quasi al suo pubblico la propria officina, esibendo la sua strumentazione e decomprimendo la sua consueta tensione linguistica riducendo analiticamente anche il più sintetico e scorciato dei suoi saggi. Debenedetti era un modello di didattica che ha affascinato generazioni di studenti, un maestro distante e vicino agli studenti, che indica strade di lettura e di interpretazione, percorsi critici congrui alla complessità della letteratura e alla passione che si prova per lei. Oggi, con lo sfascio in corso, le lezioni di Debenedetti sarebbero perlomeno improponibili.La sostanza e il significato dell’orizzonte critico di Debenedetti è già in nuce in un saggio scritto, all’età di ventisei anni, dal titolo Critica ed autobiografia. Un libro animato da un inquieto bisogno di rivedere i conti, di ricostruire il suo stesso percorso; un dialogo e un duello con un’intera letteratura e un intero orizzonte storico; confronto con un possibile scacco, con un principio di delusione. Lo scacco non è solo del critico, ma del mondo che analizza, e in definitiva di tutta la realtà immediata. Il lavoro del critico si dibatte tra un’escatologia proustiana, quella tesa a catturare una realtà è un tempo che fuggono, un cuore delle cose e della vita che sempre si sottrae, e una escatologia kafkiana, quella della condanna senza appello, della negazione di sé in cui ogni esperienza finisce per risolversi.Del resto anche nel Confronto col diavolo Debenedetti offre riflessioni folgoranti sull’effetto che la morte corporale dell’autore opera indirettamente sulla ricezione delle sue opere. Il suo punto di vista è quello di chi vorrebbe che la morte lo liberasse, parliamo in questo caso di Proust ma il discorso è oggettivo, delle scorie biografiche e di tutti i veleni quotidiani che deformano la nostra visione dell’autore: il poeta morto somiglia finalmente a se stesso, davvero quale in se stesso eternità lo muta; e non più, nemmeno per sbaglio, quale lo ha conosciuto il suo cameriere.

di Gherardo Fabretti
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