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Definizione di Census

I romani sono stati ben coscienti di possedere un sistema di organizzazione civica assai compatto e strutturato, il cui fine supremo era l’introduzione di un equilibrio quanto più possibile perfetto di tale distribuzione dei vantaggi e inconvenienti, di oneri e onori. Sistema che poggia per intero su un’operazione di censimento e di ripartizione dei cittadini che la città opera periodicamente e che si chiama census. I romani attribuiscono l’invenzione del census a uno dei loro ultimi re, Servio Tullio, collocando pertanto l’introduzione all’origine della repubblica. Si tratta in primo luogo di computare esattamente il numero di tutti i cittadini; ma attenzione: per cittadini intendiamo coloro che possono essere mobilitati in caso di guerra, che pagheranno l’imposta e che parteciperanno alle decisioni e all’azione. Dunque solo i maschi adulti. Oltre al nome, che esprime abbastanza chiaramente lo status di ciascuno, a tale definizione concorrono altri elementi: età, origine locale o familiare, il merito ma anche e soprattutto il patrimonio, in una parola, la ricchezza. In considerazione di questi vari criteri i magistrati incaricati del census ripartiranno tutti i cittadini secondo un sistema (ratio) che assegnerà loro un posto preciso in un ordine rigoroso e gerarchico. Da ciò, da un posto preciso in un vasto sistema di ordini, di classi, di tribù e di centurie, dipenderà la condizione di ognuno la sua autentica concreta esistenza. Fino al basso impero, attraverso vari sistemi economici e sociali, questa struttura interamente basata sullo status e fatta per esso prevarrà su ogni altra forma di differenziazione; la società romana è e resta una società politica.

di Alessia Muliere
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