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Diritto alla libertà procreativa

Numerose questioni etiche si sono aperte come risposta all’innovazione che ha reso possibile realizzare fuori dall’utero femminile il processo di fecondazione: parliamo della pratica nota come Fivet, ormai ampiamente diffusa, il cui nucleo essenziale è dato dal fatto che rende artificialmente realizzabile l’unione tra il seme maschile e l’ovulo femminile in laboratorio. L’unione si realizzò per la prima volta in provetta nel 1978 in Gran Bretagna; in alternativa è possibile la conservazione degli ovuli congelandoli in laboratori per periodi più o meno lunghi. Questa nuova possibilità implica inevitabilmente questioni etiche, il campo dei nuovi modi di nascere è caratterizzato da continue innovazioni e l’insieme di eventi che hanno segnato negli ultimi decenni il campo della nascita assistita degli esseri umani è tutt’altro che chiuso e non sono da escludere nuove situazioni che apriranno altrettanto nuove alternative etiche. Tra le critiche più radicali si pongono i moralisti cattolici che vedono tale procedura assolutamente illecita da un punto di vista etico in quanto a loro parere questa forma di concepimento dissocia la dimensione unitivo-affettiva dell’atto coniugale dalla sua dimensione procreativa e fisica.
È una tesi molto diffusa che la complessità delle questioni etiche in gioco cresca a mano a mano che le pratiche si allontanano dal cosiddetto rapporto naturale con il passare dalla fecondazione artificiale omologa alla fecondazione eterologa. Contrastiamo questa tesi sostenendo che il problema è quello di un rinvio alle ragioni etiche che stanno a monte della decisione procreativa, una metrica che tenga conto della tecnica adoperata nella pratica di fecondazione in questione non si sostiene possa risolvere o chiarire la complessità morale qui implicata. Dicesi questo, piuttosto, riduzionismo, assolutamente da contrastare.
Prendere come punto di riferimento la fecondazione artificiale eterologa ci permette di far emergere tutte le problematiche relative alla liceità etica di discostarsi non solo dalla riproduzione naturale ma anche dalla cosidetta famiglia naturale. Nel caso della nascita tutta la trattazione bioetica può essere fatta ruotare intorno alla questione della legittimità del riconoscimento di un particolare diritto alla libertà procreativa, l’estensione e i limiti di questo diritto e i modi in cui va giuridicamente codificato.

di Marianna Tesoriero
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