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Diritto procreativo e diritto a procreare


Quindi a proposito di tale diritto va subito chiarita la confusione tra il diritto alla libertà procreativo e un diritto a procreare ovvero una ferma distinzione tra una legittima libertà nei modi e nei tempi della procreazione e un altrettanto legittima eventuale decisione del SE procreare. È fondamentale che alla base di una decisione procreativa ci debba essere una forte responsabilità morale che valuti attentamente cosa implichi avere un figlio, affidarsi alla natura non sarà sicuramente contenuto nelle responsabilità di cui parliamo, serve controllo delle nascite affinchè non si mettano al mondo troppi individui che lotteranno per le scarse risorse, questo è da considerarsi un crimine morale proprio dell’etica della disponibilità delle nascite che contrasta a sua volta la diffusione di forme artificiali di controllo delle nascite (contraccettivi). In un contesto come quello attuale nel quale la popolazione ha superato i sei miliardi e mezzo  con effetti negativi sulle disponibilità di risorse sulle condizioni dell’ambiente naturale risulta moralmente inaccettabile qualsiasi concezione che non consideri prioritario l’obiettivo di rendere consapevoli i genitori delle loro responsabilità procreative, c’è da correggere tutte quelle tendenze che favoriscono la sovrappopolazione.
La libertà procreativa va di pari passo con il riconoscimento della responsabilità morale che non deve essere persa di vista quando sono in gioco decisioni non riducibili a eventi biologici. Tale responsabilità morale non coinvolge solo la donna ma anche l’uomo che è chiamato ad assolvere doveri, obblighi conseguenti la partecipazione sessuale che ha dato vita alla nascita.
Il senso comune e la legge tendono in linea di massima fornire sostegno e aiuto alla donna (che sia rimasta incinta da un rapporto occasionale o meno) tendendo inoltre ad impedire la procreazione artificiale ad una donna sola. C’è in pratica la tendenza a considerare giusto il naturale e sbagliato l’artificiale. Noi crediamo debba essere garantita la libertà procreativa  a prescindere dalla naturalità o dall’artificialità del tipo di procreazione, ciò che conta in entrambi i casi è che sia presente una volontà nonché decisione responsabile e morale (una responsabilità morale verso il nascituro).
L’idea della chiesa è che ogni cosa artificiale riguardo la procreazione sia deplorevole, per tali fautori casi e motivi che possono portare all’artificiale non vanno giustificati in ogni caso in quanto non considerano prioritario l’intervento decisionale divino. Bisognerebbe in pratica seguire la natura, obbedirla e non contrastare il naturale evento delle cose.
Mill considera immorale la procreazione naturale non controllata in quanto causa di sovraffollamento e si spinse addirittura alla proposta nonché distribuzione di volantini a favore di una regolamentazione delle nascite, all’uscita delle fabbriche, fu arrestato. Egli elaborò anche chiaramente un principio etico che faceva discendere le decisioni sulla nascita e sul concepimento da un atteggiamento responsabile dei genitori che si interrogassero sulla loro capacità di garantire al nascituro una qualità accettabile di vita, egli criticava i fautori del principio della sacralità della vita: tali affidavano completamente alla provvidenza le loro vite, nessuna infelicità può derivare dall’operazione di una propensione naturale, Dio invia piuttosto cibo per tutto (un po come se lo misurasse per le nascite che mandava). Questo atteggiamento non responsabile di fronte al concepimento equivaleva a rendere peggiori i insostenibili le condizioni delle famiglie povere e numerose aumentando poi il numero di aborti ed infanticidi. Secondo Mill l’azione immorale non è tanto quella di intervenire su un processo naturale ma quella di non controllarlo. Mill sosteneva inoltre con decisione che il concepimento dovesse essere affidato alla decisione responsabile di coloro che si proponevano di procreare una vita. Mill formulava così una nuova concezione del diritto alla vita (che fosse di qualità e degna d’esser vissuta) un modo di intendere un diritto alla vita che oltre che per le forme di procreazione naturale può essere fatto valere anche per le nuove pratiche della nascita rese possibili dalla fecondazione assistita.
Il principio che vorremmo fare valere è di affidare agli stessi principi di responsabilità morale sia la procreazione naturale che quella artificiale, lasciando libere da un punto di vista giuridico queste decisioni. Un’etica della disponibilità chiede alle persone (a cui riconosce piena autonomia) che decidano ispirandosi ad un’approvabile concezione della responsabilità morale: la responsabilità morale richiesta per l’inizio di una vita è quella di domandarsi se si è in grado di garantire alla propria prole non già qualsiasi vita ma quel diritto alla vita qualificato su cui insisteva Mill.
Un’altra classe di argomentazioni che viene sollevata per opporsi alla fecondazione in vitro è quella che ha a che fare con la protezione degli embrioni fin dal concepimento. L’idea è che la fecondazione artificiale in vitro metta in pericolo la tutela della vita umana nascente rendendo l’embrione prodotto in vitro più indifeso e debole e rendendo inevitabile la distruzione di alcuni embrioni prodotti in vitro per garantire la riuscita della pratica. In difesa della fecondazione in vitro si può però rilevare che la stessa procreazione naturale comporta una distruzione di embrioni dopo che il concepimento in quanto questi non si annideranno ed anzi statisticamente la distruzione è minore nel caso della fecondazione in vitro. Si può poi, tenendo conto di tale obiezione, ridurre al minimo la produzione di embrioni in vitro rendendo adottabili quelli che non sono stati necessari per la gravidanza per cui erano stati concepiti in provetta.
di Marianna Tesoriero
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