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Domanda e offerta - L'economia nel 1500

Se domanda e offerta sono categorie della teoria economica estranee al linguaggio delle fonti storiche, è anche vero che l'importanza dei meccanismi della domanda e dell'offerta, e dei prezzi, era già ben nota allora. Del resto la vita quotidiana ne offriva esempi evidenti ad ogni buon osservatore. Se in tempi di crisi agricola e di carestia i produttori tessili di città e campagne cadevano improvvisamente in miseria, il fatto non rimaneva certo nascosto. Se poi in tali periodi di crisi le autorità cittadine acquistavano granaglie in lontane regioni per alleviare le difficoltà della popolazione o immagazzinavano derrate per fare fronte a tempi calamitosi, significava che la dinamica congiunturale era stata compresa. Non è comunque necessario coinvolgere le crisi per trovare innumerevoli esempi del fatto che sempre più ci si rendeva conto del rapporto tra domanda e offerta. Le zone produttrici preindustriali sia agricole sia manifatturiere, ad esempio, non sono diventate tali solo perché dotate di premesse specifiche ma va messo altresì in conto il crescente orientamento verso il mercato dei proprietari dei Ritterguter orientali.
Un altro esempio è quello relativo al lavoro a domicilio. Se ha preso piede in tante regioni montane dell'Europa centrale e occidentale non è dipeso solo dalla povertà di un suolo che non permetteva una competizione con quello delle grandi regioni ceralicole, ma anche dal fatto che la domanda di manodopera era imponente, e dal fatto che gli imprenditori – mercanti indirizzavano tale manodopera nelle campagne per sfuggire al controllo urbano delle corporazioni.
Ancora, l'esempio della viticoltura: il Bordeaux non sarebbe diventato il vino che tutti conosciamo senza il porto omonimo, senza l'esportazione in Inghilterra e senza l'orientamento persistente verso il mercato di generazioni di grandi proprietari fondiari produttori di vino.
Fatti questi esempi, occupiamoci di analizzare i meccanismi, partendo da quello della domanda. L'ampiezza della D. era determinata in linea generale dalle dimensioni della popolazione: in relazione all'aumento della popolazione, infatti, si sono registrati aumenti congiunturali della D. in particolare tra fine '500 e inizio '600, con notevoli tensioni tra D. e O. che si sono espresse nell'aumento dei prezzi. Gli sviluppi inflattivi non dicono tanto che l'offerta non tiene più la domanda ma il fatto che la domanda crescente non può essere accolta da una pur crescente offerta. Chi possedeva grandi patrimoni o un buon reddito non aveva cosa temere, ma patrimoni e redditi erano distribuiti in maniera estremamente diseguale. È pur vero che al pari degli stati industriali attuali, anche le società preindustriali ricorrevano a procedimenti e meccanismi atti a ridurre in qualche misura le vistose diseguaglianze nella distribuzione di patrimoni e redditi, anche se è chiaro come tali provvedimenti mirassero al più ad assicurare la mera sussistenza della popolazione onde evitare carestie, disordini e sommosse.
A differenza di oggi, un ruolo importante spettava ai trasferimenti spontanei di sostanze e redditi in forma di opere pie ed elargizioni caritatevoli, che per il donatore equivalevano a manifestazioni di prestigio sociale. Dietro ciò stava naturalmente il fatto che il ricavato delle imposte veniva impiegato in misura minima per scopi caritativi e che solo una quota ridotta delle elargizioni veniva redistribuita ai poveri.
Con la questione delle tasse si abbandona la domanda privata e si passa alla domanda pubblica dello Stato. Troviamo qui elementi che preludono allo stato moderno dato che l'allargamento della tassazione e i primi accenni di una separazione tra amministrazione pubblica e amministrazione privata delle finanze si affaccia ora. Si è calcolato che entrassero nelle casse dello Stato una quota buona dell'8% tramite tassazione regolare, cosa rilevante se si considera che per la teoria politica della società preindustriale le imposte erano considerate misure di emergenza e non regolare finanziamento di imprese statali. Che domanda creava è presto detto: riguardo il Regno di Napoli tra il 1591 e il 1592 sappiamo che il 55% andava via per spese di esercito e marina, il 25% per interessi passivi, il 9% per ambascerie e spese segrete, lo 0,013% per l'Università. Il caso è simile per altri paesi.

di Gherardo Fabretti
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