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Durkheim, Goffman e l'individualizzazione dello stato di coscienza

Dagli inizi degli anni '90 il consumo di ecstasy è stato oggetto di una certa attenzione da parte della sociologia dei processi culturali e comunicativi. Gran parte dei contributi ha al suo centro il tema del rito.
L'analisi che inizia con Durkheim e si sviluppa attraverso Goffman segna uno dei percorsi seguiti dal sacro nel corso del processo di differenziazione del sociale. Nelle trasformazione storica delle società arcaiche in società moderne, secondo gli autori, emerge lo spostamento della sacralità dall'eccezionalità della trance collettiva alla pacifica monotonia del quotidiano moderno.
Alterazione dello stato di coscienza: nel senso comune si usa per riferirsi a qualsiasi stato differente da quello della veglia in condizioni di sobrietà. Qui, invece, si intende uno stato in cui la percezione del proprio sé si confonde in un sentimento di unione comunitaria con il gruppo. Il processo di alterazione preso in considerazione è quindi quello che trasporta la coscienza da una condizione ordinaria, dove la sensazione dell'individualità è preponderante, in una condizione invece in cui i confini dell'io sfumano, finendo col disciogliere l'individualità in una sensazione di appartenenza collettiva.
E' molto importante chiarire cosa intende Durkheim quando parla di natura sacrale della pratica rituale. Il modo migliore per farlo è seguire la distinzione che l'autore traccia  tra rito magico e rito religioso.
Rito magico: ha sempre uno scopo specifico, come ad es. la guarigione di una malattia; l'utilizzo della magia è un comportamento razionale rispetto allo scopo.
Rito religioso: pur avendo scopi specifici, si distingue per non essere caratterizzato da scopi utilitaristici e strumentali. Il rito religioso è invece la pratica che fonda il legame morale tra i fedeli di una chiesa.
Poiché la natura del legame sociale ha sempre avuto per Durkheim una natura religiosa, il rituale è il luogo di costituzione ontologica del legame sociale.
La caratteristica comune a tutte le religioni è, secondo l'autore, quella di separare il mondo dell'esperienza in due domini: quello del profano e quello del sacro. Il primo è il teatro ordinario dell'esperienza, il secondo invece ne esprime la sfera eccezionale, incommensurabile alla prima, quella più propriamente sociale, dove l'individuale trascende appunto nel collettivo. Tant'è che il dominio del sacro è il dominio di quegli oggetti simbolici, come il totem ad esempio, che incutono timore nei fedeli, ma che contemporaneamente suscitano il loro desiderio; di quegli oggetti la cui semplice presenza è sufficiente per indurre nei fedeli uno stato di coscienza alterato.
E' attraverso l'efficacia che il rituale dimostra nell'alterazione coscienziale dei suoi partecipanti che si può creare quello stato di effervescenza collettiva verso cui il singolo si sente trascinato da una forza a lui esterna.
Una volta chiarita la natura sacrale della pratica del rito, è possibile passare a descrivere i meccanismi di funzionamento. In primo luogo ciò che contraddistingue l'azione rituale è il fatto di essere svolta collettivamente (condivisione dello spazio). Ma la semplice compresenza da sola non è sufficiente a garantire l'alterazione dello stato di coscienza. Per raggiungere l'effervescenza collettiva è necessario che tutti i partecipanti al rituale siano coinvolti nella corretta esecuzione di gesti predefiniti, il cui coordinamento costituisce appunto l'essenza del rito (es. liturgia della messa da seguire). A livello individuale, la loro ripetitività può essere considerata forse come fonte di sicurezza e identificazione, ma a livello sociale le pratiche di cui si compone il rito hanno significato per l'unità che generano.
Il rituale non è la celebrazione dell'esistenza di una comunità, ma ne permette la creazione e la rigenerazione. Questo è il motivo che spiega l'importanza della ripetizione periodica del rituale.
Scegliendo come punto prospettico il ruolo dell'alterazione dello stato di coscienza, siamo arrivati al doppio binario su cui Durkheim gioca sia il rapporto tra religione e società sia il rapporto tra pratica rituale  e l'eccezionalità dello stato di coscienza da essa provocato.
Da una parte, infatti, il rito è la causa di un'effervescenza collettiva, ma a sua volta l'effervescenza collettiva può dare origine a nuove pratiche rituali. Più che essere uno strumento di controllo sull'individuo, il rituale è la direzione verso cui guardare se si vuole cogliere il momento di genesi del sociale.
Una delle più grandi preoccupazioni di D. riguardo il destino della modernità aveva proprio a che fare con la scomparsa dalla società della dimensione rituale. Per il sociologo francese il culto dell'individuo è l'antidoto all'emorragia di sacralità di cui la modernità era cronicamente affetta.
Chi più di tutti ha ripreso la teoria durkheimiana del rituale è stato GOFFMAN. Egli getta una luce interessante sul ruolo che il moderno ha riservato per le pratiche di alterazione dello stato di coscienza.
L'approccio di Goffman allo studio della società è stato assorbito interamente dall'interesse per il tema dell'interazione faccia a faccia. La grande conquista della sua ricerca sta nell'aver mostrato come l'ordine che presiede al flusso continuo dell'interazione sia un ordine rituale, teso alla costruzione sacrale dell'identità dell'individuo. Mentre per Durkheim la posta in gioco del rituale era la costituzione della sfera sacro, per Goffman la posta in gioco dei rituali quotidiani ha sempre a che fare con la dimensione sacrale, ma riferita al self: nel rituale dell'interazione, ciò che è in gioco riguarda esclusivamente la costituzione dell'identità individuale.
Le pratiche rituali non svaniscono nella moderna società differenziata, e nemmeno svanisce la loro natura sacrale. Ma il sacro non lo si può più rintracciare allo stato puro, in un luogo specifico del sociale. Non esiste più una separazione netta della sfera sacra e di quella profana.
In Goffman la concezione del rituale resta identica a quella elaborata da Durkheim, ciò che cambia è l'oggetto della pratica. Ciò che garantisce efficacia al processo rituale di costruzione identitaria è uno stile comportamentale che Goffman chiama “Contegno”.
Per contegno si deve intendere una condizione coscienziale tipicamente moderna, appresa dagli individui attraverso il processo di socializzazione, che configura una predisposizione all'interazione esattamente opposta a quella osservata da Durkheim nelle ritualità arcaiche.
Il paradosso sta nel fatto che la fiducia, una delle risorse fondamentali per la solidarietà ed i meccanismi di integrazione societaria, non viene allocata su chi è disposto ad aprire la propria coscienza all'appartenenza comunitaria, ma su chi invece è capace di sottrarsi con successo a qualsiasi tentativo di unione o apertura. Il contegno non è altro che la capacità di marcare continuamente una distanza nei confronti dell'altro e contemporaneamente la disposizione ad accettare la distanza che l'altro marca nei nostri confronti.

di Angela Tiano
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