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Elementi di teoria della comunicazione

Il termine ”Comunicare” deriva dal latino, interazione linguistica fra soggetti, grazie alla quale si raggiunge la condivisione di un sapere o di una volontà.
Occorre distinguere il termine comunicazione da informazione: dall’uso corrente di informazione come “comunicazione giornalistica”, cartacea, radiofonica o televisiva, occorre distinguere un senso tecnico della parola, impostosi negli anni 40 del Novecento nell’ambito dell’ingegneria della comunicazione. L’informazione va allora intesa come una categoria di tipo statistico che ci dice quanto, in un dato contesto, è probabile che si verifichi un dato evento. A ogni scelta binaria possibile (si/no) corrisponde un bit di informazione: questa tende a zero (entropia) quando l’evento è totalmente prevedibile nel contesto dato e, viceversa, cresce in ragione logaritmica in base al numero di scelte binarie necessarie per determinare quel evento.

Shannon ideò la TEORIA MATEMATICA DELLA COMUNICAZIONE per messaggi di tipo fisico-matematico.
Individuò il “problema fondamentale” nella riproduzione esatta in un dato punto di un messaggio selezionato in un altro punto, questo messaggio è selezionato da un insieme di messaggi possibili e quindi il sistema deve essere progettato in modo da poter funzionare con qualsiasi messaggio si selezioni. Questo modello non considera li aspetti semantici.

Nello schema in cui non è fatto alcun riferimento al valore di significato dei segni, né al contesto circostanziale, in cui vengono adottati. Trasmittente e ricevente sono nozioni meccaniche, che non possiamo “riempire” con la soggettività umana.
I fattori di disturbo della comunicazione “Rumori” sono variabili di tipo fisico che rendono difficoltoso lo scambio dei segnali. 

Il più noto modello i comunicazione è quello Jakobson, che da Shannon eredita alcune caratteristiche. Individua 6 componenti:
- MITTENTE: il soggetto che vuole inviare una comunicazione verso un destinatario
- MESSAGGIO: il testo non il contenuto fatto di parole o immagini che funziona nello scambio comunicativo
- CODICE: il linguaggio attraverso cui viene formato il messaggio e deve essere condiviso da emittente e destinatario
- CANALE: mezzo fisico che consente al messaggio di viaggiare e di essere comunicato
- CONTESTO: le circostanze in cui la comunicazione avviene
- DESTINATARIO: colui che riceve il messaggio.

Il mittente invia un messaggio al destinatario. Per essere operante, il messaggio richiede in primo luogo il riferimento a un contesto (il ‘referente’), contesto che possa essere afferrato dal destinatario; in secondo luogo esige un codice comune al mittente e al destinatario; infine un contatto, un canale fisico e una connessione psicologica fra il mittente e il destinatario, che consenta loro di stabilire e di mantenere la comunicazione.
Jakobson finisce per equiparare la comunicazione verbale a una sorta di scambio di lettere. Il mittente “codifica” un messaggio attraverso un codice e al punto di arrivo il destinatario, attraverso lo stesso codice, lo “decodifica” e ricostruisce nella sua mente quel che il partner ha voluto fargli/farle sapere.
Il modello è detto MODELLO LINEARE perché riguarda una comunicazione semplice, mediata da un mezzo elementare, il codice.
Un altro elemento di attenuazione della componente meccanica del suo schema Jakobson lo inserisce là dove accenna al fatto che del ‘contatto’ fa parte anche la connessione psicologica fra mittente e destinatario. Nella nozione di contatto rientrano i fenomeni di funzionalità del ‘canale’ che dipendono sia dal ‘rumore’, sia da eventuali “handicap”.

Le funzioni del linguaggio


Il contributo più originale di Jakobson riguarda il concetto di FUNZIONE. La sua idea è che in ogni comunicazione verbale i sei fattori sopra descritti compaiono rivestiti di una ‘funzione’. È normale che più funzioni coesistano, gerarchizzandosi fra loro, dando cioè a una funzione fra le altre una posizione di dominanza.
- destinatario / funzione Conativa (esprime la direzione della comunicazione, es la pubblicità)
- mittente / funzione emotiva (es dichiarazione dei propri sentimenti)
- codice / funzione metalinguistica (ci si serve dei segni per parlare di altri segni)
- canale / funzione fàtica (gli enunciati servono per controllare la tenuta del dispositivo fisico che consente la comunicazione)
- contesto / funzione referenziale (quest’ultima funzione è preminente, è l’attitudine a focalizzare le parole su entità esterne al codice ma presenti nello spazio circostante).
- Messaggio / Funzione poetica (è la funzione più importante) Jakobson voleva mostrare che la manipolazione retorica del messaggio è parte integrante della comunicazione e che essa implica qualcosa di importante a carico dei rapporti mittente-destinatario. L’importanza riguarda il testo e non i contenuti.
Jakobson fu però criticato per gli esempi tratti da frammenti estratti dalla più bassa cultura extralinguistica (Es. I Like Ike) L’espressione crea un meccanismo che si impone all’attenzione non come contenuto ma come forma, l’effetto porta a varie interpretazioni da parte del destinario. Questa circostanza influisce sulla reazione interpretativa del destinatario e lo vincola a moltiplicare il suo percorso di comprensione.
Egli non si limita a decodificare la frase ma deve apprezzare “quel che di speciale” che la frase ha.
Vi è dunque un trattenimento dell’attenzione del lettore sul testo, innescato dall’artificio linguistico, Altro Es. “Vi Voliamo Bene” – Alitalia. Quello degli slogan è solo uno dei campi possibili di applicazione della teoria di Jakobson. Altri sono le battute, i doppi sensi, le frasi ironiche.
Questo modello comprende dei vantaggi come la semplicità della terminologia ma comprende anche dei limiti come la posizione troppo rigida di emittente e destinatario. Inoltre il codice non funziona tutto o nulla perché nella maggior parte dei casi il codice è condiviso solo parzialmente. È adatto pertanto ad una comunicazione molto tecnica.

Contrafforti della comunicazione: la dimensione pragmatica


Il modello lineare è stato superato attraverso elementi provenienti da discipline diversi, come la filosofica e la linguistica,che hanno dato vita all’approfondimento del carattere pragmatico del fatto comunicativo.
Il termine PRAGMATICA (Fatto – opera) venne proposto dal filosofo Morris che distinse:
- la “Sintattica” che riguarda le relazioni intrattenute dai segni fra loro, 
- la “semantica” che riguarda le relazioni dei segni coi loro correlati esterni, 
- la “denotata” la pragmatica che riguarda il rapporto tra i segni e gli utenti. 
La SEMIOTICA avrebbe dovuto indagare il ruolo svolto da questi fattori distinti ma complementari. Questa dimensione poneva il problema del ruolo svolto dai soggetti dello scambio che sono inseriti in unarete di rapporti sociali caratterizzata da certe convenzioni.

Le teorie linguistiche. Il contrafforte testualista


Austin evidenzia l’importanza del linguaggio per svolgere funzioni sociali, egli formula la TEORIA DEGLI ATTI LINGUISTICI ossia gli atti linguistici non rappresentano solo conoscenza ma anche l’azione. 
Egli criticò l’idea di un linguaggio che avesse come funzione essenziale quella di rappresentare stati di cose in base al carattere veritiero, per cui distingue:
Atti linguistici Constativi: riguardano enunciati che possono essere o meno verificati (asserzioni)
Atti linguistici Preformativi: che non rappresentano ma fanno cose (come una preghiera o una minaccia). 
La dimensione performativa per Austin è quella attraverso la quale la parola si fa azione e partecipa alla pratica sociale.

Inoltre egli fa un'altra distinzione tra gli atti:
- locutori: frasi dotate di senso
- Illocutori: associano alla frase una forza da cui dipende la loro capacità di produrre conseguenze pratiche (vuoi un caffè?)
- Perlocutori: riguardano gli effetti ottenuti mediante la realizzazione di un atto locutorio o illocutorio.
Un atto linguistico ha una fisionomia locutoria legata al suo senso, una illocutoria legata alla convenzione che ne determina il valore sociale e una perlocutoria per l’influenza esercitata sui destinatari in circostanze concrete.
La teoria di Austin viene ripresa da Searle, che al concetto di “forza illocutoria” sostituì l’idea che il linguaggio disponesse di pochi atti allocutori, connessi alle poche cose che il linguaggio serve a fare. Questi entra in contrasto con Wittgenstein che sosteneva che il significato linguistico coincide con l’uso e con i giochi che le parole consentono.
Searle influenzato dal cognitivismo vede il linguaggio riferendosi ai processi mentali e propone 5 atti illocutori:
Rappresentativi: quelli che impegnano il parlante all’effettivo darsi qualcosa
Direttivi: tentativi da parte del parlante di indurre l’ascoltatore a fare qualcosa
Commissivi: quelli che impegnano il parlante ad assumere in futuro una certa condotta
Espressivi: che dichiarano uno stato psicologico del parlante
Dichiarativi: la cui felice esecuzione produce la corrispondenza fra il contenuto preposizionale e la realtà.

Con Austin in primo piano c’è la componente sociale della comunicazione, con Searle il risvolto psicologico.

Successivamente ci fu Grice, secondo cui solo in parte il processo di comunicazione consiste in una codifica e decodifica che sono due processi necessari ma non sufficienti. La cui idea principale era che vi fossero forme di comunicazione in cui parole e frasi rappresentano stati di cose e altre forme in cui il significato non è naturale, ma và ricostruito riconoscendo le intenzioni del parlante.
La comunicazione si rivela dunque come una forma di interazione sociale complicata, nella quale svolge un ruolo decisivo l’intenzionalità che dipende da variabili soggettive connesse al contesto psicologico dello scambio comunicativo.

Egli ci parla di:
INTENZIONE COMUNICATIVA, un processo comunicativo in cui un atto manifesta pubblicamente un’intenzione ed ha successo solo se l’intenzione è riconosciuta dal destinatario. 
IMPLICATURE CONVERSAZIONALI, per comprendere le intenzioni dei nostri interlocutori
PRINCIPIO DI COOPERAZIONE
Nella dimensione pragmatica, ovvero nelle circostanze concrete della comunicazione, saper andare oltre il valore convenzionale delle parole è indispensabile per capire quello che il mittente ha voluto darci a intendere.
Il secondo caposaldo della teoria di Grice è l’analisi della “conversazione”.
Egli sostiene che in essa i partecipanti stanno a delle “massime”:
- Principio di cooperazione: il contributo sia tale qual è richiesto
- Quantità: non dare un contributo informativo più di quant’è richiesto
- Qualità: i partecipanti devono cercare sempre di dare un contributo vero
- Relazione: sii pertinente all’oggetto della conversazione
- Categoria del modo: sii perspicuo
In queste massime la conversazione sembra retta da un principio di collaborazione,problematico da ritrovare nelle forme di interazione comunicativa.
Perciò il discorso di Grice và rivolto a un livello diverso da quello empirico, anche se rappresentò uno stimolo importante per progredire verso una concezione più evoluta del processo comunicativo intesa a definirne il carattere dinamico e complesso.

Nel periodo cui appartiene la prima revisione del modello lineare della comunicazione, alcune mosse a supporto vengono dal settore linguistico. Viene confermata l’erroneità dell’idea che il sistema linguistico funzioni indipendentemente dai parlanti.
Questo filone prende spunto da Saussurre, secondo cui la massa parlante era un elemento interno e costitutivo della lingua.
Tra gli altri filoni della ricerca linguistica, da ricordare quelli sociolinguistici, che inquadrano il fatto linguistico nel sistema culturale complessivo della società parlante.
Il punto d’intersezione fra ricerca comunicativa e ricerca linguistica viene trovato attraverso la nozione di testo e di competenza testuale.
Secondo l’orientamento testualista, il concetto di testo è il perno dello scambio comunicativo.
Per testo, s’intende un’unità linguistica che funziona in modo unitario e autonomo, sia dal punto di vista formale che semantico.
Alle spalle dei singoli testi, vi sono dei principi generali di testualità e dei tipi testuali che raggruppano classi di testi in base a caratteristiche comuni.
Vi sono dunque sette condizioni di testualità:
- La Coesione che consiste nel modo in cui le componenti del testo di superficie,ossia le parole che effettivamente udiamo o vediamo,sono collegate tra loro.
- La Coerenza consiste invece nella continuità tematica e concettuale del testo in relazione a un possibile percorso di comprensione. Non è quindi una proprietà solamente interna del testo, ma è condizionata dal fatto che essa effettivamente sussista.
- L’Intenzionalità che si presuppone ci sia nel momento in cui qualcuno scrive un testo. (Significazione è un procedimento semiotico innescato solo dal destinatario).
- L’Accettabilità,nonché corrispettivo dell’intenzionalità, dall’altro lato della comunicazione, che concerne l’atteggiamento del ricevente ad attendersi un testo coerente,utile e rilevante per acquisire conoscenze.
- L’Informatività si articola in due sottocomponenti:tema(nota al destinatario) rema(non nota)
- La Situazionalità che è legata all’informatività ed esprime la sua adeguatezza al contesto.
- L’Intertestualità col quale ci si riferisce al fatto che un testo possa rimandare ad altri testi o citarne altre parti. Esso si basa sulla memoria a lungo termine.

La competenza testuale - L’insieme delle capacità di riconoscimento e governo delle caratteristiche di costruzione e funzionamento dei testi e si regge su una
La competenza comunicativa si presta a farci capire di quante mediazioni sia fatta la nostra capacità di fronteggiare un atto comunicativo.
La competenza interculturale – la competenza per muoverci in un contesto comunicativo dove sono presente culture differenti. 
Fra competenza testuale e singoli testi si situano delle unità logico-semiotiche che classificano e distinguono fra loro questi ultimi.
Sono state introdotte svariate tipologie testuali (Narrativo, Descrittivo, Espositivo, argomentativo, regolativo) e svariati Generi Discorsivi (Orale, Scritto, Videoscritto, Televisivo).
I tipi testuali hanno a che fare con modalità comunicative e operazioni cognitive.
I generi formalizzano delle caratteristiche retoriche che rendono riconoscibili i testi. In un testo può essere presente più di un genere, purchè ce ne sia uno dominante.

L’insieme delle ricerche scientifiche ha consentito il superamento del modello cosiddetto lineare della comunicazione.
Tullio De Mauro, ha concluso che in nessun caso la comprensione umana del linguaggio è assimilabile a un processo di decodifica. La sua idea è che il patrimonio linguistico del ricevente interagisca e faccia sistema col co-testo discorsivo e col contesto comunicativo, determinando un’operazione cognitiva complessa.
Quindi la comprensione assume valori compresi tra 0 (comprensione nulla) e 1 (comprensione totale).
Nel linguaggio verbale e in tutti i codici complessi, una comprensione nulla o totale si avrà solo casualmente. Poiché essendo il linguaggio verbale complesso si capisce sempre in parte.
Ma ci sono molteplici difficoltà che possono far inceppare il meccanismo che derivano dai tre poli che interagiscono nel percorso comunicativo: asimmetrie del patrimonio linguistico che gli utenti del linguaggio si portano dietro, grado di possesso della varietà linguistica in uso,“analfabetismo di ritorno” negli adulti che perdono le capacità alfabetiche perché non utilizzate quotidianamente.
La comprensione è dunque un processo problematico: sia per i motivi teorici che dipendono dalle caratteristiche di funzionamento semiotico del linguaggio verbale, e anche per le profonde asimmetrie che caratterizzano dal punto di vista sociale e istituzionale i partecipanti allo scambio comunicativo.

Ci fu nel 1986 una teoria che partendo dalla critica al modello lineare della comunicazione, cercò di ripensare l’attività linguistica in senso cognitivo Teoria di Sperber e Wilson:
L’idea è che gli umani siano determinanti da una lunghissima storia evolutiva, straordinari elaboratori di informazione. Tante specie animali sono in grado di fare qualcosa del genere,ovviamente limitatamente: possono riconoscere l’intenzione di accoppiarsi o di attaccare.
Gli uomini, possono complicare queste capacità tramite “contorsioni mentali”.
Questa capacità di rappresentarci rappresentazioni mentali altrui è detta “metarappresentazione”.
Su questo dispositivo mentale funzionano le lingue. Più che azionare un banale scambio di bit sembrano destinate a calarsi in un complesso intreccio di relazioni cognitive tra persone in cui le entità linguistiche sono solo una parte. Il modello di shanonn e Weaver è ribaltato: né i partners né il contesto sono entità statiche ma sono il risultato di un continuo processo di informazione.
Gli individui sono alla costante ricerca di informazione nell’ambiente, e ciò in vista di un fine da raggiungere. Tutte le informazioni,vengono incanalate nella sua memoria a breve termine.
Per comprendere una nuova informazione rintracciamo pertinenze (le cose che hanno rilevanza per la nostra specie) però, decisivo è il comportamento altrui: il ricevente parte dal presupposto che se l’altro fa qualcosa, questo qualcosa abbia una ragione e dunque legge ogni suo comportamento come qualcosa che manifesta l’intenzione di manifestargli qualcosa.
Il tema della comunicazione è legato alla filosofia della mente, concepita come un raffinato dispositivo intenzionale.
Secondo tale teorie la comunicazione si basa sull’interpretazione. Secondo gli autori ciascun individuo abita in un ambiente cognitivo costituito da tutti i fatti manifesti ma non a tutti gli individui saranno manifeste le stesse informazioni poiché non per tutti sono salienti le stesse informazioni per questo spesso la comunicazione fallisce.
Pertanto, abbiamo sì le nostre lingue e molti codici semplici, ma riusciamo a comunicare molto di più quel che codifichiamo e decodifichiamo.

Tanti dei problemi che questa teoria solleva, si sono intrecciati con gli studi sull’architettura del cervello umano.
Ad essa và comunque riconosciuto il merito di aver aggiunto profondità al quadro comunicativo, che resta però comunque abbastanza complesso.
Infatti restano in ombra in queste teorie sia le specificità linguistiche e testuali, sia i gaps determinati da asimmetrie socioculturali.
Anche il filosofo argentino Prieto formulò una teoria del genere: la sua idea era che il linguaggio funzionasse sulla base di sistemi di classificazione dell’esperienza, e che ogni conoscenza comportasse la formazione di almeno un sistema di classi entro le quali vanno distribuiti gli elementi di informazione.
Notiamo come il concetto di pertinenza sia una bussola importante per rendere conto di come gli umani si districhino nei processi di comprensione, facendo del capire la risultante di percorsi interpretativi molteplici e convergenti, nei quali il linguaggio forma il sistema per orientare e guidare il lavoro del cervello.
di Anna Carla Russo
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