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Errori di Epicuro nel "De finibus"



Altro errore: l'origine del sommo bene è fatta derivare dal primo sorgere della vita negli esseri animati. Ma il bambino giudicherà dal piacere stabile o da quello in movimento? Nel 1°caso ammettiamo che la natura tende alla propria conservazione..ma nel 2° non vi sarà alcun piacere turpe da omettere. Ma non si può dire che i bambini e le bestie ricerchino il piacere del non provar dolore. Esso infatti non suscita appetito nell'anima..e da questo stato del non provar dolore l'anima non riceve alcun impulso (anche ieronimo sbaglia qui).  Invece produce l'impulso lo stato che blandisce i sensi col piacere. Quindi quando Epicuro dice che il piacere è un' esigenza naturale si riferisce al piacere in movimento.  Come può essere dunque coerente dire che la natura parte da un piacere e fa consistere il sommo bene in un altro???
Poi, sostiene Cicerone, non esiste il giudizio delle bestie.  Esse possono essere perverse anche senza subire deformazioni. La natura delle bestie è deformata per natura. Teoria di Cicerone: non è la natura a imprimere nel neonato il desiderio del piacere, ma vi imprime solo l'amore per se stesso, lo spirito di conservazione per la propria incolumità. Ogni vivente, appena nato, ama se stesso con tutte le sue parti, e ne cura anzitutto 2, anima e corpo, e in seguito le parti loro. Infatti nell'anima e nel corpo ci sono certi elementi capitali la cui conoscenza dà inizio al discernimento.  Così vengono desiderati i principi fondamentali di natura e rifiutati i loro contrari. Se tra questi principi naturali vi sia il piacere è un problema. E' ignoranza invece credere che vi sia solo il piacere. Da qui sgorga la dottrina del bene e del male.  Polemone e Aristotele riconobbero quei principi naturali. Da qui nacque la teoria dell'Accademia Antica e della scuola Peripatetica, secondo cui il termine estremo del bene è vivere secondo natura, ovvero fruire dei principi fondamentali di natura applicandovi la virtù. Callifonte aggiunse alla virtù solo il piacere, Diodoro l'assenza di dolore.

Tratto da "DE FINIBUS" DI CICERONE di Dario Gemini
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