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Hume - La questione dell'origine

Solo punto della teologia su cui c'è consenso universale è che esiste al mondo un potere invisibile e intelligente: ma non è chiaro se è supremo o no, se confinato o no a un solo essere. Nel Rinascimento si credeva in un solo Dio autore della natura il cui potere si esercitava spesso con l'interposizione di angeli e messi, e che la natura fosse piena di fate e demoni. Gli dei del politeismo somigliano a tali fate, superstizioni.  Ma dove manca un principio c'è ateismo, dove manca un piano supremo o un'intenzione divina. Qui Hume elenca aneddoti su egizi e romani.

Generazione e creazione

Comunque nell'immaginazione di politeisti e idolatri non si attribuisce mai la costituzione dell'universo a questi esseri (dei) imperfetti. Esiodo suppone che dei e uomini siano stati prodotti da poteri sconosciuti della natura.
Nella teogonia l'unica produzione volontaria è quella di Pandora. Pare dunque che gli antichi mitologisti abbracciarono l'idea della generazione più che quella della creazione, spiegando così l'origine dell'universo.
Ovidio
insinua il sospetto che ci sia stato un qualche dio a dissipare il caos.
Aborigeni = senza principio di generazione. Ma guarda caso in quel tempo la questione dell'origine entrava nei sistemi religiosi o era trattata dai teologi. I filosofi solo tardi si preoccuparono di trovare un intelligenza causa prima. I cosiddetti fisiologi come Eraclito e Talete eran senza divinità. Anassagora fu il primo teista, tacciato di empietà probabilmente perché negò la divinità degli astri. Anche i filosofi dunque scrissero ingenuità, né supposero che gli dei dipendessero dal potere della natura, sottoponendoli invece al fato o al destino. Hume dice che (secondo lui) teisti furono anche molti stoici e accademici: filosofi che lasciando angeli e fate e togliendo il dio, escludono la divinità.

I principi del politeismo sono fondati sulla natura umana

Compito: delineare gli aspetti del politeismo grossolano del volgo negli stessi principi della natura umana da cui derivano. Chi individua un potere intelligente trae i suoi argomenti dall'armonia delle cose naturali. Ma il politeista divide e separa le parti dell'universo, e concepisce le parti della natura come divinità. Anche gli animali divengono sacri. Ciò perché è così forte la disposizione a credere a un potere intelligente e invisibile nella natura quanto forte è la propensione a fissare l'attenzione su oggetti visibili e sensibili. Poi c'è l'uso di allegorie nel politeismo. Quando si suppone che un dio presieda a una passione, o a un avvenimento, si danno a lui attributi conformi alla sua influenza e si traggono similitudini. Ma quante contraddizioni in queste allegorie! La paura è figlia di Marte, ma perché anche di Venere? Da qui si capisce che gli antichi mitologisti non furono raffinatissimi. Anche Lucrezio si lasciò sedurre da allegorie pagane. Il pagano converte facilmente un pubblico benefattore in un dio. Anche pittori e scrittori fornivan agli uomini figurazioni sensibili della loro divinità.

Arte e culto:
quando mancavano le arti l'uomo deificava piante e animali. Poi con gli artisti questi danno incremento alla devozione con i loro oggetti. Quindi i principi naturali del politeismo son fondati sulla natura umana e poco soggetti al capriccio. Poichè le cause che generano felicità e infelicità sono incerte, noi ci sforziamo di avere un'idea determinata di esse e ce le rappresentiamo così come attività intelligenti e volitive quali siamo noi stessi.  L'influenza limitata di tali agenti genera le varie divisioni della loro autorità,  da cui nascono allegorie. Poiché un'intelligenza spirituale invisibile è troppo nobile per un uomo comune, questi fissa tale intelligenza in una rappresentazione sensibile, tangibile. Molti idolatri convergono. I romani in Egitto trovavano degli dei simili ai loro.
di Dario Gemini
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