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I criteri del contratto

Primo fra tutti il problema del rapporto fra l’interpretazione letterale e gli altri criteri previsti nell’art. 12 prel. c.c. e negli artt. 1362 ss. c.c.
La cultura illuminista e i valori espressi dalla Rivoluzione francese hanno tentato di vincolare l’interprete ad un’attività di mera ripetizione del contenuto della legge.
L’art. 12 prel. c.c. e il suo riferimento all’intenzione del legislatore impone di non fermarsi alla lettera della legge, ma di tener conto della storia e dello scopo pratico che la norma si propone di perseguire.
Qualche dubbio esprime la Cassazione in tema di interpretazione del contratto, sull’opportunità di utilizzare altri criteri quando il senso letterale delle parole conduca al risultato di certezza.
Ma di recente si reputa sempre necessario il criterio ermeneutico evocato dalle varie clausole contrattuali e fondato sull’insieme di regole comportamentali di lealtà e correttezza che può condurre a individuare doveri strumentali al soddisfacimento delle parti contraenti.
Qualche precisazione merita anche il riferimento alla cosiddetta interpretazione evolutiva che può prestarsi a varie ricostruzioni.
Si può far riferimento ad essa come ad un’interpretazione più o meno libera per adattare il contenuto delle norme ad esigenze pratiche sorte in epoca posteriore alla sua emanazione e in tal caso non si tratta di interpretazione, ma della creazione di una nuova norma che ciò non è consentito al giudice e all’interprete.
Ancora, non si può parlare di interpretazione evolutiva quando la norma ha un contenuto elastico che autorizza una certa discrezionalità perché in tal caso siamo in presenza di una tecnica fondata su clausole generali; tale tratto riguarda, dunque, il precetto e non la sua esegesi.
di Stefano Civitelli
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