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I nomi del Tractatus e la teoria dell’immagine

Wiitgenstein è uno dei filosofi più famosi del ‘900. Il Tractatus e le Ricerche filosofiche sono alla origine di due scuole filosofiche opposte, il neopositivismo del Circolo di Vienna degli anni ’20 e la filosofia del linguaggio ordinario nata a Oxford negli anni ’40. Nel Tractatus, egli sviluppa le idee di Frege e Russell realizzando una versione linguistica del problema kantiano dei limiti del pensiero: i limiti del pensabile sono i limiti del dicibile (“Ciò di cui non si può parlare si deve tacere”).

Riprendendo Frege, Wittgenstein osserva che ogni discussione sui nomi deve partire dal ruolo che essi svolgono nell’enunciato. Nel Tractatus troviamo due teorie degli enunciati che si sostengono a vicenda: la teoria dell’enunciato come immagine, e la teoria dell’enunciato come funzione di verità.

L’enunciato però non possiede una forma specifica di raffigurazione, ma come tutte le immagini ha qualcosa in comune con la situazione rappresentata. Infatti, diversi tipi di immagine hanno in comune con la realtà certi aspetti della propria forma di raffigurazione (la scultura gli aspetti tridimensionali, la pittura i colori, il disegno le proporzioni). L’enunciato, cioè l’immagine costituita da simboli, non può condividere con la realtà questi aspetti concreti ma deve pur sempre avere qualcosa in comune con essa: ovvero la sua forma più astratta, la sua forma logica.

Pur richiamandosi spesso a Frege, Wittgenstein rifiuta alcune sue tesi, in particolari che i nomi abbiano sia un senso che un riferimento. Egli infatti sostiene che i nomi si riferiscano direttamente agli oggetti, senza alcuna mediazione concettuale. Wittgenstein indica inoltre il compito di arrivare a enunciati analizzati nelle loro componenti ultime, enunciati atomici o elementari.
di Domenico Valenza
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