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I sindacati italiani e l'autonomia dai partiti

All'interno delle principali confederazioni si andava riproponendo il tema dell'autonomia dei partiti. Questi nuovi orientamenti sono da collocarsi in un clima politico orientato verso la distensione sia interna sia internazionale, l'attenuazione di quella contrapposizione ideologica che, tipica della guerra fredda, aveva consolidato la dipendenza delle Confederazioni dai partiti.
In realtà, queste aspettative furono disattese: la distensione non significò il superamento delle logiche della guerra fredda. Tuttavia, in via immediata, la distensione favori convergenze sindacali, prima impossibili, e permise alla CGIL di uscire dal ghetto politico e ideologico in cui era confinata dalla scissione del '48 anche se questo non determinò un aumento delle iscrizioni almeno sino all'autunno caldo. Gli anni '60, infatti, furono caratterizzati dal più basso tasso di sindacalizzazione della storia italiana del dopoguerra.
 
Negli ambienti della CISL, la scelta di Pastore di lasciare la segreteria e accettare l'incarico di ministro nel governo Fanfani nel luglio '58 diede vita ad un'accesa polemica nel sindacato e, al congresso del marzo '59, venne adotta dalla minoranza interna come prova della dipendenza del sindacato dal governo: venne presentata una mozione in cui si imponeva la distinzione tra responsabilità sindacali, politiche e legislative. Tale mozione era, però, generica e non vincolante: bisognerà attendere l'autunno caldo per giungere alla vera definizione delle incompatibilità tra cariche sindacali e cariche di partito e di governo.

La questione dell'incompatibilità fu motivo di confronto anche nelle ACLI: al Congresso di Milano del dicembre '59, anche grazie alle pressioni in tal senso delle gerarchie ecclesiastiche, venne votata la modifica statutaria che introduceva l'incompatibilità.
Chiaramente per la CISL non valevano le decisioni operanti per un movimento confessionale come le ACLI, ma coloro che nella CISL volevano affermare il principio  dell'incompatibilità traevano forza dagli indirizzi della gerarchia verso le ACLI.
Va precisato che le logiche dell'incompatibilità dei due movimenti derivavano da esigenze diverse.
Mentre per le ACLI l'incompatibilità dei dirigenti con le cariche di partito o parlamentari rispondeva all'esigenza di conservare il carattere apartitico del movimento confessionale, pur non rinunciando al collateralismo con la DC, per la minoranza CISL l'obiettivo era conquistare la piena indipendenza sia dalla DC sia dal governo per poter sviluppare un'autonoma azione. Tuttavia l'aspirazione della CISL ad essere coprotagonista degli indirizzi di politica programmata di sviluppo del paese, si mantenne per tutta la stagione del centro-sinistra (venne abbandonata solo con l'autunno caldo): il rapporto che ne derivava con la DC e con il governo era motivo di insofferenza per le minoranze.

La questione dell'indipendenza dai partiti nella CGIL si poneva in modo diverso data la diversa natura sia ideologica di questo sindacato e dato il fatto che doveva costantemente confrontarsi con il problema della convivenza fra due componenti. Sul versante della maggioranza comunista la successione di Novella a Di Vittorio (nel '57 dopo la sua scomparsa) era stata pilotata dal PCI: in un momento di grave difficoltà per il partito a seguito del XX congresso del PCUS e del processo di destalinizzazione, perdere il controllo del sindacato avrebbe significato un ulteriore indebolimento. Tuttavia questa rinnovata "cinghia di trasmissione”, doveva ora confrontarsi con la nuova insofferenza della corrente socialista, che a seguito delle vicende del '56 (con la rottura del patto di unità d'azione fra PSI e PCI) si fece portatrice, nel giugno '57, di una forte richiesta di autonomia del sindacato. Due anni più tardi, a tale richiesta si aggiunse quella dell'uscita della CGIL dalla WFTU, l'organizzazione sindacale internazionale di matrice comunista che dipendeva dall'Unione Sovietica.

Il congresso della CGIL di Bologna del marzo '65 diede parziale soddisfazione alle richieste della corrente socialista: fu varato il principio di incompatibilità fra dirigenza locale di partito, di sindacato e rappresentanza parlamentare; fu concessa una maggiore rappresentanza ai socialisti nelle cariche interne (si trattò di una finzione visto che i comunisti si sottorappresentarono a livello di dirigenza conservando la maggioranza assoluta mentre i socialisti erano sovrarappresentati). Era una scelta finalizzata sia alla conservazione dell'unità del sindacato alla vigilia della riunificazione socialista dalla quale si temeva scaturisse il progetto di sindacato socialista, sia per rinsaldare i rapporti con la minoranza nel momento in cui la maggioranza della CGIL si orientava a rifiutare ogni corresponsabilizzazione nel cd Piano Pieraccini, ossia nella prima programmazione economica quinquennale.
Tuttavia, il problema fondamentale dell'incompatibilità delle cariche a livello centrale non fu affrontato e accompagnò la vicenda della riunificazione sindacale prima e dopo la nascita nel luglio '72 della Federazione CGIL, CISL e UIL.

Nel frattempo molti eventi incisero sulla collocazione interna della corrente socialista nella CGIL. Dopo il '56, le aspettative di una rapida riunificazione socialista avevano rafforzato l'ipotesi di un sindacato socialista per la quale Viglianesi, segretario della UIL, lavorò anche negli anni successivi: egli sosteneva che la corrente socialista interna alla CGIL era subordinata a quella comunista, auspicandone l'uscita da quella confederazione per ritrovarsi nella comune casa sindacale socialista.
Ma questa tesi non trovò concretezza sull'altro versante: gli impedimenti venivano sia dai tempi della riunificazione socialista che si allungarono; sia dalla debolezza organizzativa della UIL; sia perché la componente repubblicana della UIL era contro l'ipotesi di Viglianesi; sia infine per la subordinazione politico-ideologica della corrente socialista della CGIL a quella comunista.
La linea di Viglianesi che puntava alla creazione di un sindacato ideologicamente omogeneo e inevitabilmente di partito contrastava con gli orientamenti prevalenti e si dimostrò sempre più legata ad un'idea di sindacato superata dagli eventi degli anni '60.

di Cristina De Lillo
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