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I testi della riforma di Martin Lutero

Gli scritti di Martin Lutero furono condannati, non senza che egli fosse stato personalmente ascoltato dal legato Caietano. In seguito alla bolla Exsurge Domine del 15 giugno 1520, l’editto di Worms del 26 maggio 1521 lo metteva al bando dell’Impero; ma il suo sovrano, l’elettore di Sassonia, aveva saputo proteggerlo. La rivolta dei teologi e dei pastori si diffuse rapidamente in Germania e altrove, rivelando l’attesa profonda di un cambiamento. La chiesa romana, di fronte a questa riforma rivendicata e assunta in maniera così radicale, poteva forse limitarsi a condannare e accontentarsi di accumulare i buoni propositi e gli abbozzi di un rinnovamento come sembrava aver fatto al concilio Laterano V? La speranza risorse quando, dopo Leone X, Adriano di Ultrecht fu eletto sommo pontefice nel 1522. Umanista persino erasmiano, formato dai Fratelli della vita comune dei Paesi Bassi da cui proveniva, sprovvisto di una conoscenza dell’Italia era stato precettore del nuovo imperatore germanico, il giovane Carlo V. Adriano VI aveva qualità incontestabili per promuovere la chiesa sulla via della riforma. Ma, incoronato il 29 agosto 1522, morì il 14 settembre dell’anno successivo. Pur esigendo l’applicazione delle sanzioni decise contro Lutero, anche per Adriano VI bisognava riformare in primo luogo la curia pontificia, dalla quale era venuto tutto quel male, affinché da lei provenissero la salvezza e la riforma, così ardentemente desiderata dal mondo intero. Paradossalmente fu Paolo III, pontefice portato verso il nepotismo, che aprì la Chiesa romana a una vera riforma. Ma è vero che la situazione religiosa in Europa era mutata. La dieta di Augusta del 1530 segnò una svolta incontestabile nella storia religiosa del Cinquecento. Era il momento in cui i movimenti della riforma protestante prendevano coscienza di una necessità di una loro organizzazione e strutturazione interna; era così giunto il tempo delle chiese come confessioni separate e fra loro concorrenti. La determinazione di Paolo III iniziò con due sue creazioni cardinalizie: oltre a nomine di carattere familiare o politico, il papa scelse uomini di gande valore, conquistati all’idea di una risoluzione della crisi in profondità, e si precisò poi nell’estate del 1536, con la convocazione del Concilio a Mantova, da cui sono uscite diverse denunce nei confronti di qualsiasi arbitrarietà della Chiesa e in cui si condannava l’eccessivo potere acquistato dai pontefici predecessori di Paolo III, che si comportavano come dei padroni e non come degli amministratori. Senza necessariamente aderire all’utopia del ritorno a una chiesa primitiva si era coscienti del fatto che i rimproveri rivolti alla Chiesa tradizionale dai protestanti e le loro ripercussioni nel corso degli ultimi 20 anni non potessero essere sprovvisti di ogni fondamento e che fosse necessario considerarli nel modo più diretto. Si trattava di un realismo di tempra diversa. Paolo III, sicuramente per inerzia, diede infine ragione a coloro che non volevano cambiare nulla, giustificando il motto ironico rivoltogli da Seripando, genarle degli Agostiniani:
dixit et non fecit (disse ma non fece). Tuttavia tali discussioni e progetti non si rivelarono inutili, quando il concilio di Trento assunse a suo nome la riforma, la quale si poté fondare anche sulle realizzazioni pastorali o sulla riflessione teologica che spesso emanavano dalle stesse persone che si andavano affermando nel ruolo di riformatori.


di Alessia Muliere
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