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IL CASO CLINICO E LA PSICHIATRIA: LO SCHIZOFRENICO IN MANICOMIO

Manca una metodologia qualitativa di osservazione clinica, nelle presentazioni dei casi clinici di schizofrenia c’è poca considerazione del contesto: il discorso psichiatrico è uno sfondo ignorato, che è stato definito inconscio psichiatrico.
Il comportamento di un paziente in manicomio può essere un effetto dell’organizzazione e delle regole dell’universo concentrazionario manicomiale e delle reazioni dei medici e del personale sanitario. Il manicomio era un privilegio di due categorie: gli schizofrenici e gli psichiatri. In Bateson si fa strada l’idea che la relazione e la comunicazione siano parte della costituzione dei sintomi.
La permanenza dello schizofrenico nella famiglia favorisce spesso un florido delirio paranoico che si lega alle dinamiche familiari, allo schizofrenico la famiglia non basta, ma è nella famiglia che sviluppa il suo delirio più florido (in manicomio non si davano le possibilità di sviluppare un delirio florido). Per difendersi lo schizofrenico sviluppa, in diverse circostanze, meccanismi di chiusura al mondo oppure sviluppa un atteggiamento di suscitare pietà.
È ovvio che il malato parli del passato, dato che il suo presente e futuro sono dentro l’ospedale, ma le convinzioni di Minkowski (principale esponente della psichiatria fenomenologica) è che questi atteggiamenti improvvisi di rimpianto abbiano poco a che fare con il passato che con un “atteggiamento particolare di natura morbosa”.
La schizofrenia non è semplicemente una malattia, ma anche un disordine che si accoppia in maniera rizomatica e caotica con le condizioni del contesto culturale e storico: Bisogna mettersi nella condizione di leggere le metamorfosi della schizofrenia.
Per anni gli psichiatri si sono recati nei manicomi convinti di svolgere attività clinica, valutare le condizioni attuali del malato; convinti di curare il malato somministrandogli sedativi, terapie elettroconvulsivanti quindi si è passati una vita professionale confondendo la clinica con la reclusione.
di Carla Callioni
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