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Il '700 artistico Tedesco


Germania

In Germania simili sono le riflessioni di Gotthold Ephraim Lessing, espresse nel 1766 nel Laocoonte, anche se è con Johann Joachim Winckelmann5, archeologo e storico dell'arte, e Anton Raphael Mengs, pittore neoclassico, che la Germania si affaccia davvero alla ribalta europea. Essi si fanno portatori dei temi estetici ed ideologici del classicismo, con una particolare insistenza su una visione idealizzante ed astorica dell'arte greca, conosciuta non direttamente ma attraverso i ritrovamenti archeologici di Ercolano e Pompei. Ma Winckelmann coi suoi schematismi apollinei, la sua preferenza per la scultura, anziché la poesia, come arte guida, è distante da Mengs, che grazie alla sua formazione di pittore si concentra soprattutto sulle vicende della pittura moderna, soffermandosi su Raffaello, Tiziano e Correggio, triade classica della letteratura artistica   italiana secentesca non legata all'ortodossia classicista romana. Mengs ebbe spesso scontri con gli altri grandi dell'arte e della teoria artistica, eppure è la sua la posizione teorica meno rigida, molto meno normativa e schematica di quella di Winckelmann. Basti pensare alla Lettera di Antonio Ponz sui dipinti del Prado, dove dimostra di apprezzare adeguatamente anche le forme d'arte lontane dal neoclassicismo, come Velàzquez.
Il neoclassicismo trova ampia udienza in Italia, in particolare a Roma, grazie agli interventi dell'architetto Francesco Milizia6  e agli articoli divulgativi di Giovanni Ludovico Bianconi, corrispettivo cattolico e neoclassico della divulgazione laica di Francesco Algarotti.

Il paragone tra Winckelmann e Mengs fa capire come la teoria sia sempre più scienza filosofica e sempre meno critica accostante. Benché non siano mancate testimonianze scritte dirette degli artisti sulle ragioni del loro operare, tuttavia per la ripresa di una teorizzazione consapevole e quasi sistematica da parte degli artisti stessi, si dovrà forse aspettare fino al periodo delle avanguardie storiche, all'inizio del XX secolo.

Tratto da STORIA E CRITICA DELL'ARTE di Gherardo Fabretti
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