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Il De Re Aedificatoria di Leon Battista Alberti

Fatta eccezione per il Ghiberti, tra i teorici del primo Rinascimento troneggia il grande capolavoro di Leon Battista Alberti, la raccolta in dieci volumi del De Re Aedificatoria. Nonostante i numerosi elogi dei suoi contemporanei, la sua efficacia inizia realmente solo nel 1500. L'editio princeps dell'originale latino appare a Firenze nel 1485, solo qualche anno dopo la morte dell'Alberti.
L'umanista suo contemporaneo Matteo Palmieri ci informa che la redazione dell'opera risale all'epoca del soggiorno romano di Alberti alla corte di Niccolò V, al quale dovette presentare l'opera già nel 1452. Il trattato non ebbe immediato successo tra i contemporanei, anzi, e le citazioni non numerose che troviamo negli scritti del Filarete, del Manetti e di altri, mostrano come l'opera fosse conosciuta più per sentito dire che per effettiva lettura.
Alberti fu definito un nuovo Vitruvio, e al De Architectura si rifà effettivamente anche nel numero di libri. I primi tre trattano di tutto quello che è compreso nell'antico maestro sotto il nome di firmitas: scelta del terreno, costruzione, fondazioni. I libri IV e V parlano dell'utilitas, cioè le varie sorta di edifici secondo la loro destinazione. Il libro VI tratta la bellezza architettonica (la venustas). I libri dal VII al IX della costruzione dei fabbricati1. Il libro X dell'idraulica2.
Nel trattatto manca totalmente un filone dedicato all'architettura militare e di fortificazione, che stava conoscendo un sempre maggiore successo. Vitruvio fu per molto tempo noto agli eruditi medievali, ma nel Rinascimento fu restituito alla lettura per merito di Poggio Bracciolini. Ma la prima edizione di Poggio è comunque successiva al De Re Aedificatoria, e dell'opera di Vitruvio giravano allora solo poche e malfatte copie manoscritte di cui Alberti si duole (allo stesso modo in cui si doleva Ghiberti della sua edizione pliniana) parlando di inintelligibilità e brutto stile. Il rapporto Vitruvio – Alberti è costruttivo e critico. Alberti, infatti, esercita la critica sulle regole del suo predecessore, fa delle misurazioni nella stessa Roma e talvolta scava egli stesso fino alle fondamenta.
Particolarmente significativo è il fatto che non si rivolga alla gente del mestiere ma al grande pubblico di educazione umanistica, come accadrà poi nel '500 per molti trattati importanti. Da qui si capisce anche la scelta della redazione nella lingua dotta del latino. L'Alberti vorrebbe avvicinarsi all'ideale vitruviano dell'ars liberalis, cercando passo passo di abbandonare il terreno del mestiere. Nonostante, però, la sua evidente ambizione di diventare il Vitruvio moderno; nonostante tutta la erudizione retrospettiva di cui dà notizia nel libro II, in cui elenca tutti gli scrittori (anche greci) di cui si è servito, è ugualmente chiarissima la volontà di riferirsi al moderno, di voler influire per mezzo di esso.
In Alberti non troviamo più l'ingenuo “exemplare” medievale che ancora domina, ad esempio, nel Ghiberti. Prendiamo ad esempio le norme topografiche, o l'enumerazione di luoghi dove si trova il materiale edilizio: si manifesta spontaneo il riguardo per i rapporti locali e contemporanei; altri luoghi come quelli dove si tratta della richiesta di prigioni umanitarie, o degli ospedali e degli altri stabilimenti di utilità pubblica, permettono di riconoscere il toscano moderno; anche la notevolissima discussione sull'effetto paesistico dell'edificio è totalmente moderna.
Agisce molto sull'Alberti il sentimento di unità nazionale, e già nell'introduzione parla dei “nostri antichi” (all'interno dei quali compaiono pure gli etruschi). Il modernismo e l'orgoglio nazionale finiscono per renderlo ingiusto verso il progresso del tempo dei suoi avi, e a questo si ricollega il suo tentativo di latinizzare la terminologia greca che Vitruvio impiegava nel suo trattato

di Gherardo Fabretti
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