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Il concetto di osservazione partecipante e la comunicazione tra antropologo e nativo

Osservazione e partecipazione
Osservazione partecipante: ha definito a lungo il comportamento ideale dell'antropologo sul campo ma il binomio osservazione - partecipazione ha suscitato perplessità perché la prima richiede distacco, mentre la seconda comporta un coinvolgimento emotivo. L'antropologo si trova così di fronte al paradosso dell'osservazione partecipante: più egli si cala nella realtà locale ed acquista un modo di fare e di interpretare la realtà simile a coloro che vuole studiare, più tali comportamenti e la relativa visione del mondo gli sembreranno naturali e, quindi, difficili da notare. Con il tempo questa espressione ha perso il suo potere rassicurante sul piano metodologico. Di recente qualcuno ha cercato di salvare la specificità del procedimento osservativo (mediante il quale il ricercatore registra ed ordina i dati destinati a confluire nel resoconto etnografico) distinguendolo dall'impregnazione che coincide con l'assimilazione, da parte del ricercatore, degli stilemi culturali locali (gesti, modi di dire, pensare, sentire,…).

Anni '60: l'idea di osservazione comincia ad apparire troppo centrata sull'attività esclusiva del ricercatore.

Anni '80: Devereux riprende la metafora del "bastone fermo e del bastone molle" già usata dal fisico Bohr: il bastone fermo diventa un prolungamento della mano . fa parte più dell'osservatore; il bastone molle fa parte più dell'oggetto. I differenti modi di tenere il bastone sono conseguenti alle teorie possedute da colui che compie l'indagine e sono da queste ultime influenzati a loro volta.

Anni '90: si passa a quella che Tedlock definisce osservazione della partecipazione in cui gli etnografi sperimentano ed osservano contemporaneamente la copartecipazione propria ed altrui all'interno dell'incontro etnografico. Da una prospettiva che assegnava all'antropologo un potere di controllo assoluto nel processo di osservazione- partecipazione e relegava gli "altri" in un ruolo secondario, si giunge ad una riflessione sulle modalità di partecipazione dell'antropologo e dei suoi interlocutori ad un processo di negoziazione dei significati mirante a stabilire un "dialogo fra culture".

All'inizio dell'esperienza di ricerca ciò che viene visto e udito dall'antropologo viene ricondotto entro l'orizzonte della propria cultura poi la "sfera comune" di significati (comune tra etnografo e suoi interlocutori) diventa sempre più dipendente dalle espressioni fisse permanenti (secondo Dilthey). Queste non possono emergere se non in uno scambio fra soggetti comunicanti e sono alla base del mondo condiviso (secondo Dilthey).
L'idea di esperienza etnografica come "apprendimento di regole" si rifà alle nozioni di Ludwig Wittgenstein di gioco linguistico, forma di vita, regola, "seguire la regola", tutte fra loro interrelate. Secondo Wittgenstein il nostro modo di essere nel mondo è sempre mediato da un linguaggio e la nozione di partecipazione ad un contesto comunicativo si risolve in quattro livelli:

1) ruoli partecipativi attribuiti all'uso di commenti valutativi (penso, credo, vedo,…) e dei deittici (qui, laggiù, intorno,…);

2) esistenza di una determinata situazione che mette in comunicazione gli individui; 3) "posizionamento" sociale degli attori; 4) i partecipanti sono singoli individui con storie particolari di interazione con gli altri. I partecipanti al contesto comunicativo si muovono all'interno di un complicato sistema di circolazione di significati le cui possibili interpretazioni, per quanto numerose, non sono illimitate. Il carattere "finito" delle interpretazioni possibili all'interno di un contesto comunicativo consente lo sviluppo di regole in base alle quali è possibile articolare un discorso plausibile per coloro che partecipano all'evento comunicativo. Sul campo l'antropologo deve apprendere come regola il sapere cosa deve o non deve fare, dire o non dire in pubblico: deve compiere un apprendistato mentale e gestuale per potersi calare in una forma di vita, per avere cioè esperienza di essa. In questo modo l'esperienza di una forma di vita diventa comprensione di quest'ultima. "Imparando la regola" e comunicando con i suoi interlocutori, l'antropologo impara a costruire un "mondo condiviso", una "forma di vita" che è anche un atto conoscitivo. Così può essere recuperata la dimensione conoscitiva che l'espressione "osservazione partecipante" presupponeva .

N.B. L'antropologo non è un soggetto che si limita ad osservare e partecipare, è un soggetto che riesce a creare un "mondo condiviso" al cui interno la propria esperienza si riveste di un senso.

Il "dialogo" fra antropologo e nativo

Sul campo un antropologo diventa parte di un mondo terzo (cioè uno scenario socio- culturale diverso sia da quello del nativo, sia da quello della sua cultura di appartenenza) sul quale poi deve esercitare una riflessione teoretica.
Il passaggio dall'esperienza al sapere, cioè dalla conoscenza di un mondo attraverso la pratica alla comprensione di esso, avviene grazie ad una serie di "filtri": l'antropologo ritrae la "cultura" secondo regole di descrizione accettate dalla comunità scientifico- culturale di appartenenza.
Tuttavia egli descrive qualcosa che nasce da un dialogo fra antropologo e nativo, dà voce ad un mondo terzo dove si crea un passaggio comunicativo fra i loro rispettivi mondi (anche assenza di dialogo e silenzio possono essere oggetto di interpretazione).
La situazione etnografica pone di fronte interlocutori rappresentativi di culture dominanti e culture dominate. Esistono, infatti, due tipi di dialoghi (secondo Bachtin):
- anacretici: un interlocutore, l'altro fa da spalla;
- sincretici: implicano parità.

N.B. L'antropologo svolge una funzione di controllo: stando in mezzo a due mondi, il proprio e quello del nativo, dà forma e consistenza a qualcosa che prima non esisteva, ad un mondo terzo che viene presentato come qualcosa che corrisponde alla cultura studiata.

L'appropriazione del senso: intenzione e risonanza


Intenzionalità: volontà consistente nell'appropriarsi di un senso, senza non può esserci conoscenza.
Sul campo l'intenzionalità è duplice:
- antropologo ed interlocutore possono essere mossi entrambi dalla volontà di comprendere e di conoscere;
- l'antropologo, nel suo sforzo di comprensione dell'altro, deve esercitare, intenzionalmente, un continuo controllo sulle modalità d'uso delle proprie categorie interpretative.

La ricerca sul campo, pertanto, può essere definita un'esperienza condivisa da antropologi ed interlocutori, esperienza mossa da un' "intenzione interpretativa".
Bisogna quindi considerare anche il potere della risonanza (secondo Unni Wikan) che è un atteggiamento, una disposizione che potrebbe essere assimilata all'empatia, alla simpatia, al comprendere. Una prospettiva improntata alla risonanza potrebbe superare la separazione fra soggetti che si instaura automaticamente quando questi si pensano come appartenenti a "culture" diverse.

La risonanza è un concetto pratico: le traduzioni fatte dall'antropologo possono anche essere riconosciute come pertinenti dagli stessi nativi ma non sono in grado di cogliere gli stati emozionali inerenti alle enunciazioni di un altro soggetto. Infatti se l'antropologo concepisce il proprio lavoro come traduzione di concetti, corre sempre il rischio di tradurre questi ultimi in base a preoccupazioni che sono soltanto sue.

Alla base dell'idea di risonanza c'è il principio di carità (secondo il filosofo Davidson), ossia una predisposizione morale di fronte al problema della comprensione dell'altro. Questo principio ha ricevuto critiche rilevanti dagli stessi antropologi perché, come si presenta in Davidson, non sembra un assunto epistemologico, inoltre è un principio difficile da mettere in pratica quando sono di fronte soggetti appartenenti a culture differenti; il rischio è che l'atteggiamento "di carità" finisca per attribuire agli altri delle forme di coerenza troppo simili a quelle del soggetto caritatevole.

Antropologi ed "informatori"


Gli informatori sono "cerniere" di cui l'antropologo dispone per poter entrare in un rapporto di comunicazione con le realtà che esso intende indagare.
Gli orizzonti di antropologo ed informatore si fondono per dare vita ad un mondo terzo che non appartiene alla cultura né dell'uno, né dell'altro. A seconda del rapporto che si instaura fra i due, può configurarsi un'idea di cultura di volta in volta diversa.

"Cogliere il punto di vista del nativo"


L'intenzionalità è un processo che riguarda antropologo ed informatore e che dovrebbe corrispondere ad una riduzione della distanza fra i due. Questa riduzione della distanza va intesa in senso prammatico, cioè significa adottare una serie di atteggiamenti più o meno volontari e coscienti (comportamenti mimetici, condivisione delle forme discorsive).
Gli antropologi si sforzano di "cogliere il punto di vista del nativo" ma cosa vuol dire? L'analisi antropologica ha bisogno di simpatia e comprensione ma non equivale a queste ultime; essa, infatti, deve cogliere il significato altrui in relazione al nostro ed esplicitare tale relazione in un discorso che tenga conto dei diversi punti di vista (né solo quello del nativo, né solo quello dell'antropologo). Affinchè vi sia conoscenza, occorre differenza: non bisogna appiattirsi sulle interpretazioni che i nativi danno della loro visione del loro mondo perché si lascerebbe da parte la
comparazione.
La descrizione antropologica oscilla continuamente fra ripresa dei:
- concetti vicini: immediatamente riconoscibili da colui che parla;
- concetti lontani: non immediatamente riconoscibili da colui che parla;
in un continuo tentativo di traduzione controllata dei primi nei secondi. Se facessimo riferimento solo ai primi, saremmo così tanto "dentro" l'altra cultura da non poterla descrivere; se adottassimo la prospettiva opposta, ci allontaneremmo troppo dai nativi.
Distinzione metodologica fra

. punto di vista emico / dell'osservato;
. punto di vista etico / dell'osservatore.

Ricerca sul campo e politiche dell'identità


Il campo non è un ambiente "neutro" bensì sovradeterminato da una serie di fattori che definiscono e ridefiniscono in maniera di volta in volta diversa le figure dell'antropologo e dell'informatore, ritraendoli uno di fronte all'altro e conferendo a ciascuno una propria identità. L'antropologo sul campo deve sforzarsi di rimontare lo scarto fra noto ed ignoto e se questo sforzo è ben diretto, si risolve nel'"invenzione" (costruzione) culturale dell'altro → costruzione della sua "cultura"
Per instaurare un dialogo e raggiungere la "confidenza", si tenta di ridurre la distanza, per esempio vestendosi allo stesso modo. Nel mondo che intende studiare, l'antropologo è un perturbatore: con la sua presenza obbliga i suoi ospiti a riflettere e discutere sulla propria cultura e spesso suscita l'insorgenza di dinamiche inattese che tendono a ridefinire ruoli sociali, generare conflitti o stabilire nuove intese sia all'interno della comunità presso la quale svolge la ricerca, sia fra questa comunità ed il mondo "esterno". La scena locale tende a configurarsi sulla presenza dell'antropologo. Fondamentale è la questione del genere: determinante per il posizionamento dell'antropologo nel campo, ha forti implicazioni per le modalità in cui vengono presentati e descritti gli oggetti trattati nei testi etnografici.
di Viola Donarini
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