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Il fine storico di Giorgio Vasari


Il fine storico che il Vasari si è imposto è coscientemente prammatico e dominato da intenzioni artistiche. Ciò che vuole fare è rappresentare la vita degli artisti nella loro totalità, mettendo d'accordo gli avvenimenti esteriori con quello che li determina e con quello che interessa a lui, vale a dire la loro attività produttiva.
Il metodo, lo ripetiamo, è quello degli storici del Rinascimento. Possiamo capirci di più se lo confrontiamo col metodo dei nuovi romanzi storici.
Vasari ha davanti fonte primarie e fonti secondarie, ed utilizza entrambe indiscriminatamente, senza operare una seria distinzione tra le due, diversamente da Ghiberti, che pur utilizzando fonti aneddotiche scritte, costituivano una minima parte del suo lavoro, basandosi prevalentemente sulla pratica autoptica. Nel Vasari, invece, il vero materiale dei documenti entra a mala pena nel suo modo di vedere.
È molto importante, nel Vasari, non solo il problema dell'autopsia ma anche quello della critica dello stile. Ancora oggi si tende ad utilizzare le Vite come testo preparatorio per gli studiosi di storia dell'arte, ed è un male. Vasari non ha il senso sicuro dello stile come Ghiberti, che si era fatto le ossa su un un lungo studio della tradizione, e non si trova solo di fronte al proprio secolo, come per Ghiberti era il Trecento; ora il panorama è più ricco e vario, e Vasari finisce per farsi guidare dalle opinioni scolastiche tradizionali, dall'istinto generale e da vaghe reminiscenze. Vasari però sa bene che deve farsi guidare dall'osservazione esatta dell'individuo, e il suo sguardo acuto e intelligente di pittore lo ha spesso guidato benissimo, ma anche in questo il Ghiberti gli è superiore.
Quand'anche Vasari punta alla fedeltà dell'osservazione singola per la maniera individuale, risulta sempre molto fuggevole e quasi sempre oscurata dai suoi scopi letterari. Nel costruire le sue biografie Vasari mira alla totalità, e si serve, dunque, di materiali secondo i suoi scopi definiti, nella misura in cui gli servono, e in molteplici modi. Lui non ha visto molto ma ricostruisce questa totalità come se egli riferisse come se l'avesse veramente visto, indugiando in particolari così intimi che potrebbe fare solo chi li ha visti realmente. Perchè? Se vogliamo capirlo, dobbiamo ancora una volta ritornare al metodo storico rinascimentale e fare riferimento ad un elemeno che a noi moderni, passati sotto la marchiatura del positivismo storico e del suo “analizzare i fatti così come realmente erano”, risulta particolarmente strana: i discorsi dei personaggi e le spesso fasulle iscrizioni mortuarie degli artisti, summa epigrammatica della loro vita artistica. Vasari le aveva pensate dal principio come un abbellimento retorico, e spesso le ha ordinate egli stesso a letterati amici. Nella seconda edizione, abbiamo detto, si è fatto più severo con se stesso; così nella vita del Ghiberti toglie il discorso del Brunelleschi col quale egli si giustificava il suo ritiro dalla gara per la porta del Battistero, e quello di Donatello (troppo giovane anche solo per parteciparvi!). Vasari, dunque, sacrifica una parte dei finti epitaffi.
Ma il suo sistema rimane immutato. Gli attribuisce falsi itinerari e, preoccupandosi di mettere in rapporto la vita interiore e la vita esteriore dei suoi eroi, il destino e il lavoro, finisce per creare una trama fortemente moralistica. Angelo Gaddi, a cui viene attribuita una vita agiata, viene da Vasari tenuto in basso come artista. Divertente è poi la statistica delle cause di morte degli artisti, individuate in ben 237 dal Kallab. Il caso più eclatante è l'attribuzione della morte di Domenico Veneziano per mano del povero Andrea del Castagno, che era in realtà morto prima della sua ipotetica vittima.
di Gherardo Fabretti
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