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Il governo Fanfani e la concertazione sindacale mancata

La nascita del governo Fanfani di centro-sinistra nel febbraio del 1962, fu accompagnata da infiniti dibattiti in tema di nuova politica economica. Dato che i protagonisti della svolta politica erano la DC e il PSI, furono questi partiti a dare un senso economico alla svolta di centro-sinistra. Tuttavia anche l'apporto del Partito repubblicano fu importante, con il leader Ugo La Malfa che in qualità di Ministro del Bilancio, partecipò alla prima coalizione di centro-sinistra.
La definizione degli indirizzi di politica economica poggiò sul presupposto di dar vita a nuovi rapporti con le organizzazioni sindacali e d'interesse.

Di grande importanza fu il programma di San Pellegrino (dal nome del luogo in provincia di Bergamo dove si tenne il convegno della DC nel '61) elaborato dall'economista Saraceno e che definiva il nuovo ruolo del partito di maggioranza nella definizione delle linee della programmazione economica come strumento per superare gli squilibri strutturali dell'economia  italiana.
Il primo problema da affrontare era quello relativo al Mezzogiorno che durante il boom economico aveva alimentato l'industria del nord con una emorragia delle migliori risorse umane che rischiava di condannarlo al perpetuo sottosviluppo.
Per la DC, il sindacato doveva divenire protagonista di RI istituzionalizzate e triangolari, ossia sottoposte a procedure definite che implicavano precise responsabilità delle parti sociali. Sotto questo punto di vista la DC trovò il sostegno della CISL.

Anche il PSI, difese la tesi del coinvolgimento del sindacato soprattutto con Lombardi e Tamburrano. Tuttavia, per il PSI, il problema era più complesso rispetto alla DC.
Mentre la CISL, nonostante le contestazioni interne provenienti dalle Federazioni e in particolare dalla FIM, aveva mantenuto il collateralismo con la DC ed era disponibile alla corresponsabilizzazione, il PSI doveva confrontarsi con un panorama sindacale più complicato. Non era difficile portare la UIL, con Viglianesi presidente, sulle posizioni del partito, ma restava aperto il problema della CGIL ove la corrente socialista era in netta minoranza rispetto ai comunisti e questo determinava la dipendenza della confederazione dalle logiche di un partito di opposizione.

Questo passaggio storico, inoltre, fu percepito dal PCI come molto critico sotto vari aspetti: sul piano politico il PCI rischiava ancora una volta l'isolamento a sinistra dopo essere riuscito ad allontanare questo pericolo durante gli anni della guerra fredda attraverso l'alleanza con i PSI; un possibile coinvolgimento della CGIL nelle scelte di politica economica della nuova maggioranza avrebbe portato effetti comunque negativi per il PCI, o perché ne avrebbe accentuato l'isolamento all'opposizione perdendo il sostegno del sindacato, o perché l'avrebbe costretto ad un ruolo subordinato e collaterale alla maggioranza di governo.
Il PCI era preoccupato per una eventuale autonomia del sindacato dal partito e questo derivava dalla cultura comunista della dipendenza del sindacato dal partito alla quale deve aggiungersi la convinzione che il sindacato fosse uno strumento fondamentale d'insediamento sociale che permetteva al partito di svolgere il ruolo di oppositore.
Il convegno organizzato dall'Istituto Gramsci a Roma nel febbraio '62 dal titolo "Tendenze del  capitalismo italiano" fece emergere le divisioni interne al PCI. Bruno Trentin, segretario della FIOM (successore di L. Lama) vicino alle posizioni di Ingrao, sostenne la tesi della lotta al centro sinistra in quanto alleanza funzionale alla stabilizzazione del neocapitalismo italiano.

Diversa nel partito era la posizione di Giorgio Amendola che in quel convegno suggerì una politica più articolata e possibilista tale da fare del PCI un interlocutore flessibile per le scelte di politica economica. D'altra parte L. Lama replicò al programma del governo Fanfani con aperture sul terreno della programmazione economica purché essa non condizionasse la crescita dei sa ari.
Era una posizione prudente, che non chiudeva il dialogo ma che poneva limiti sul tema della politica dei redditi.
Le diverse posizioni emerse dal convegno dell'Istituto Gramsci dimostrarono il clima di incertezza nel PCI che si rifletteva sulla CGIL, dove la minoranza socialista lavorava per coinvolgere il sindacato nelle relazioni triangolari volute dal governo. Va precisato, però, che la programmazione economica (e la politica dei redditi) incontrò un forte ostacolo anche sul fronte imprenditoriale che si oppose al programma di governo. Ostacoli vennero anche da settori della cultura laica e cattolica che pur essendo favorevoli all'apertura a sinistra e alla programmazione economica, non condividevano la concertazione fra governo e parti sociali che consideravano un esperimento di neo-corporativismo che sottraeva responsabilità ed autonomia agli organi costituzionalmente preposti a definire la politica economica ossia il governo e il parlamento.

Alla luce dell'esperienza storica possiamo concludere che proprio la mancanza di consenso delle parti sociali calato in un quadro di generale corresponsabilizzazione delle scelte, non consentì di realizzare quel governo dell'economia ritenuto indispensabile per correggere gli squilibri territoriali e di settore del paese.
Fanfani cercò di istituzionalizzare le RI con la creazione della Commissione Nazionale Programmazione Economica (CNPE) ove ogni organizzazione sindacale aveva propri rappresentanti. Ma le divisioni interne impedirono l'assunzione di decisioni concrete: da un lato la destra economica lavorava contro questo metodo di gestione dell'economia; dall'altro la CGIL cercava di guadagnare tempo sino alle elezioni. Dopo queste, quando si cercò di operare scelte d'indirizzo, la CGIL prese le distanze affermando che la responsabilità politica era tutta del governo e non doveva essere fatta gravare sulla Commissione.

di Cristina De Lillo
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