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Il gusto della metonima in 'La stanza di Jacob' della Woolf

Ancora più spesso accade che non sia la narratrice a tratteggiare il profilo dei personaggi, ma che lei stessa lo lasci fare ad altri attori della scena. Nel caso di Jacob è palese l’intento di lasciarlo raccontare di volta in volta dalle sue donne, fino al punto che la Woolf non racconta direttamente neanche la stessa morte del figlio di Betty Flanders.
Il ritratto della stanza vuota di Jacob, delle sue lettere private sostituisce il racconto puntuale della sua morte in guerra. La quale non è raccontata e presentata al lettore come fatto già avvenuto, ma lasciata alla sua intuizione, alla sua percezione che lambisce soltanto l’accadimento in sé.

Questa latenza percorre tutta l’opera, in cui molto spesso la Woolf lambisce e non esplicita, accenna e non spiega, quasi volendo far trasparire il gusto per la metonimia delle cose, per l’evocazione incompiuta delle stesse. In Gadda (Carlo Emilio), Roscioni ritrovò la stessa tendenza allegorica da “toccata e fuga”, di invito al lettore a scoprire. Roscioni parlò di “omnia circumspicere” in Gadda2, cioè di una evidente necessità di usare la metonimia per poter abbracciare quanti più tratti possibili della realtà. Il bisogno di Gadda nasceva dalla frammentazione dell’Io, quindi ecco la necessità di raccogliere quanti più spunti possibili per formarsi e “accrescere” la propria personalità debole, o almeno così intesa da egli stesso. Per la Woolf questa è nient’altro che una proposta di lettura, suggerita dalla contemporaneità delle vite dei due autori.

di Nicola Di Turi
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