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Il lavoro nella modernità

Nei tempi moderni si prevede un programma di insieme di distribuzione dei soccorsi e di organizzazione del lavoro. Le leggi passate si limitavano ad ammassare negli ospedali tutti coloro che infastidivano la società. Il vecchio sistema di governo non aveva compreso il fatto che l’indigenza si ponesse come un problema di diritto. Un principio semplice permetteva di ricostruire il doppio edificio della distribuzione dei soccorsi e della riorganizzazione del lavoro ossia che ogni uomo ha diritto alla propria sussistenza e la società deve provvedere alla sussistenza di tutti ed è anche il dovere di ogni uomo che non sa nella povertà- l’attuazione di questo diritto si sdoppia a seconda che questi  uomini siano capaci o meno di lavorare. Gli inadatti al lavoro che godono del diritto ai soccorsi e sono coloro che non possono lavorare per via dell’età dell’infermità permanente o inattività momentanea a causa di malattie passeggere. I soccorsi a queste persone devono essere finanziati e amministrati dal potere pubblico. Mentre lo straniero senza asilo sarà condotto fuori dal regno. La base che garantisce il diritto al soccorso e l’assistenza è una prerogativa della cittadinanza. Gli indigenti validi ricevono un trattamento diverso perché gli si offre la possibilità di lavorare e quindi il libero accesso al lavoro rimpiazza l’obbligazione disciplinare di lavorare. Una nuova volontà politica può sradicare completamente l’indigenza sopprimendo le strutture arcaiche dell’organizzazione del lavoro ma il libero accesso al lavoro non è il diritto al lavoro in quanto colui che richiede l’impiego deve compiere lo sforzo di trovare un lavoro. L’apertura del mercato del lavoro comporta conseguenze immediate infatti mendicità e vagabondaggio divengono di diritto ciò che erano di fatto nell’epoca precedente e l’oziosità è criminalizzabile solo se è volontaria. Il lavoro diviene una merce venduta sul mercato che obbedisce alla legge dell’offerta e della domanda; la relazione che unisce lavoratore a datore di lavoro è una convenzione ossia un contratto fra due parti che si accordano sul salariato ma questa transazione non è più regolata da sistemi di vincoli. Nel 1793 la costituzione nazionale proclama che ogni uomo ha diritto alla propria sussistenza tramite il lavoro se è valido e tramite soccorso se non è nella condizione di lavorare. Per il diritto al soccorso una legge del 1793 definisce le condizioni che devono assolvere i beneficiari ossia anziani, infermi, ammalati, bambini abbandonati, famiglie con prole a carico. L’assistenza nelle campagne si limita a tre categorie di indigenti ossia i coltivatori anziani o infermi, gli artigiani anziani o infermi, le madri e le vedove indigenti con prole. La nazione non solo soccorre i cittadini sfortunati ma li riaffilia. 
Tale programma però non si è imposto e per un secolo sarà dimenticato, queste misure erano inapplicabili in ragione della loro economia interna. L’attuazione di una politica dei soccorsi pubblici implicava la costruzione di uno stato forte e presupponeva un sistema pubblico di finanziamento e distribuzione che escludesse la partecipazione dei settori privati. Una tale concezione dello stato sembrava incompatibile con i presupposti del liberismo puro e il tipo di stato minimo che implicava. Lo stato deve divenire forte per mettere fine agli abusi di uno stato assoluto e la giustificazione dell’interventismo è combattere il dispotismo che permette di liberare i processi economici e sradicare l’ingiustizia sociale. La concezione dello stato necessaria per liberare l’economia dagli ostacoli artificiali è differente da quella che esigerebbero il dirigismo e i controlli per realizzare un programma completo di soccorsi pubblici. Stato sociale e stato liberale si sono rivelati incompatibili. Non sono contraddittori perché non operano sullo stesso registro ma la nozione di libero accesso al lavoro è ambigua e anziché risolvere il problema dell’indigenza lo ha accresciuto. La parola diritto è ambigua perché non assume lo stesso senso se riguarda i soccorsi o il lavoro, nel primo caso si tratta di un credito dell’indigente cioè lo stato deve attuare un sistema di soccorsi pubblici ma non ha la responsabilità di assicurare a tutti un lavoro, questo non è lo stato di diritto che impone una reciprocità di obbligazione fra individuo e collettività. Per l’istituzione di un diritto al lavoro lo stato dovrebbe intervenire nell’organizzazione della produzione facendosi esso stesso imprenditore e ci vorrebbe uno stato socialista ma un simile potere appare esorbitante. Il libero contratto di lavoro sembra essere stato imposto ai lavoratori in un rapporto di dominio politico. La critica dell’organizzazione tradizionale dei mestieri non è partita da una rivendicazione popolare in quanto gli operai erano per il protezionismo chiedevano un salario fisso sentendosi protetti, per cui chiedevano ai poteri pubblici nuove regolamentazioni e non la libertà del lavoro. 
Il libero accesso al lavoro giovava solo le classi borghesi. 
ROSANVALLON parla di “capitalismo utopico” perché questi riformatori avrebbero estrapolato le caratteristiche più dinamiche dello sviluppo economico e sociale alla fine del 18 sec. Nel 18 sec questo settore capitalista si è sviluppato come anche l’industria, la finanza, il grande commercio ma tuttavia questo settore dinamico che traina la crescita è ancora limitato. 
Il 18 sec rappresenta il momento nel quale gli equilibri vacillano; questo momento di de conversione evoca una dinamica economica, commerciale e anche industriale che va a scontrarsi con la massiccia immobilità dell’insieme delle società. I promotori della modernità si sono proposti di estendere all’intero corpo sociale i benefici di trasformazioni che osservano in settori limitati estrapolandone una dinamica ancora in gestazione e in questo consiste il carattere utopico della loro costruzione. Nel 18 sec il regno è ancora povero e la maggior parte dei sudditi sono sfortunati perché la società è bloccata, ponendo fine a questi blocchi la produzione agricola e industriale si accrescerà il commercio prospera, la domanda aumenta, rilanciando la produzione e assicurando il progresso. Il lavoratore parteciperà a questa ricchezza e la sua parte accrescerà in funzione dello sviluppo della fortuna comune. Una crescita reale ci sarà quando la generalizzazione del mercato proclamata si realizzi su larga scala. Il libero accesso al lavoro comporta un anello debole perché fa portare il peso della libertà ad un individuo senza risorse. La dichiarazione dei diritti dell’uomo in realtà è una formalità infatti tre giorni dopo l’assemblea nazionale distingue tra cittadini attivi e cittadini passivi escludendo questi ultimi dalla partecipazione alla vita politica se non pagano un imposta equivalente a tre giorni di lavoro. L’indegnità della situazione salariale non può essere annichilita dall’affermazione del principio del libero accesso al lavoro. Turgot afferma che il semplice operaio possiede solo la forza delle sue braccia la vende a caro prezzo ma questo prezzo non dipende solo da lui ma dall’accordo fatto con lui che paga il suo lavoro e questi lo paga il meno caro che può.
di Anna Carla Russo
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