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Il non diritto a morire

Contro la possibilità di riconoscere a ciascuna persona un diritto a morire (ovvero una discrezionalità nel decidere quando morire o se prolungare o meno la sua vita) la prima obiezione viene da tutti quei medici che sostengono che rientri nei loro doveri professionali prendersi cura del malato e assicurarne comunque la sopravvivenza nonché il bene. Questa pretesa farebbe parte dell’imperativo ippocratico, il medico deve comunque operare come garante della sopravvivenza, citando testualmente. Tale imperativo esclude a priori anche gli effettivi o eventuali casi di accanimento terapeutico anche in casi di stato vegetativo in quanto è dovere morale del medico operare con le sue cure e i suoi mezzi.
Contro il riconoscimento di un diritto a morire vi è un’altra eventualità ovvero il riconoscimento (di x s’) dei doveri della professione medica che, se non rispettati, implicano sanzione verso chiunque non vi si uniformi, di conseguenza è esclusa a priori qualsiasi argomentazione che voglia attribuire al paziente e alla sua autonomia decisionale una possibilità di chiamare in causa un diritto a morire.
Diverse sono le linee argomentative che contestano questa prevalenza del dovere professionale sulla volontà del paziente. La più radicale è l’argomentazione che contesta l’interpretazione dell’imperativo ippocratico: secondo tale infatti una configurazione paternalistica della professione medica non è implicita nel giuramento e comunque sia nel caso in cui lo fosse stata in fasi passate della nostra storia oggi sarebbe comunque mutata in conseguenza all’ampliarsi degli interventi artificiali resi disponibili al medico.
Jonas sostiene che la questione del trattamento del malato terminale si incrocia strettamente con la questione di una revisione della concezione della medicina, in particolar modo nella definizione delle funzioni di un medico: mantenere integra una vita fin quando ancora desiderabile, mantenere la sua fiamma viva non la sua cenere ardente, questo il compito del medico.
Hare suggerisce al personale medico di provare ad immaginare un confronto tra le proprie frustrazioni e le sofferenze dell’ammalato, questa considerazione può avviare alla consapevolezza e al rispetto di quelle persone che subiscono la negazione di un loro appello al diritto di morire. Non sembrano esserci (di fronte anche alla critica razionale) ragioni valide per considerare un dovere professionale come prioritario rispetto a tutti gli altri doveri che si hanno in quanto essere umano (dovere di comprendere e rispettare le richieste dei malati), le regole di un qualsiasi codice deontologico non possono essere trasformate in doveri morali, ma vanno considerate come suggerimenti prudenziali ed ipotetici. Questa tendenza nel considerare doveri morali tali regole può essere indotta da una generale confusione intellettuale o da una visione illiberale dei rapporti sociali (in Italia ad esempio è presente). A coloro i quali si ostinano a mettere in primis il rispetto verso un codice interpretato per di più come un insieme di doveri morali si vuole ricordare il Requisito del Consenso Informato, il quale è in qualche modo salvaguardato in Italia dal principio del rispetto della libertà personale dalla Costituzione. Tale requisito nell’alone della sua vaghezza, considera inaccettabile sul piano morale, la concezione di un medico che operi senza minimamente preoccuparsi dei desideri e delle volontà del paziente.
Una linea argomentativa utilizzata contro il riconoscimento di un diritto a morire è quella che sostiene che una moralità che ammettesse la possibilità di disporre della vita umana comporterebbe un lento ed inevitabile scivolamento verso un tipo di società in cui la vita umana non conta nulla e si diffonderebbero così pratiche per le quali le persone con gravi disabilità o anziane verrebbero aiutate a morire anche contro la volontà e alla fine lo stesso omicidio non sarebbe più un crimine.
di Marianna Tesoriero
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