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Il patto di Roma. Nasce la CGIL unitaria

Il documento fu firmato l'8 giugno da Di Vittorio (PCI) Grandi (DC) e E. Canevari (PslUP), la data fu anticipata al 3 giugno in onore di Buozzi assassinato all'alba del 4 giugno. Il testo
lasciava volutamente impregiudicati temi organizzativi e la stessa redazione dello statuto che potevano alimentare il conflitto.
A garanzia delle componenti si affermava che la Confederazione era indipendente dai partiti e che la direzione della confederazione, come quella delle Camere del lavoro e delle federazioni, sarebbero state  costituite   in modo paritetico per ciò  che riguarda le tre correnti sindacali fondanti.
Si trattò di una intesa precaria ma l'entusiasmo per l'unità raggiunta sormontò i dubbi iniziali. La definizione organizzativa e degli indirizzi politici del sindacato venne durante il convegno di Napoli del gennaio 1945 dove si varò ·lo Statuto della CGIL ispirato a criteri centralistici. Il potere d'indirizzo e di controllo degli organi centrali della confederazione rispetto alle federazioni fu definito dagli art. 53, 56, 57, 58.
La confederazione, inoltre, aveva la facoltà di intervenire nella contrattazione collettiva nazionale con proprio rappresentanti diversi da quelli delle federazioni: l'obiettivo era dare uniformità ed equilibrio alle rivendicazioni delle singole categorie e permettere il controllo politico centrale.

Le CI furono depotenziate: la loro attività doveva essere conforme alle direttive del sindacato. Inoltre, gli accordi con la CONFINDUSTRIA del '47 e '53 prevedevano, per le CI, l'indebolimento del ruolo contrattuale, di controllo dell'applicazione dei contratti nelle aziende e di promozione e gestione delle vertenze.
Tutto ciò convergeva con le posizioni degli industriali che erano intenti ad allontanare il sindacato dall'azienda.
Alla base di questo modello organizzativo c'era il disegno centralistico del PCI: Togliatti voleva dare al partita una presenza forte di carattere sia politico che sindacale. Il PCI partiva dal presupposto che lo sbocco rivoluzionario in Italia non sarebbe stato possibile per la presenza delle forze alleate e che ogni richiesta politica o sindacale che fosse stata percepita come minacciosa avrebbe scatenato l'offensiva anticomunista: occorreva, pertanto, esercitare un controllo sulle spinte rivoluzionarie spontanee.
Questa strategia fu resa possibile grazie alla preponderanza degli iscritti al PCI rispetto agli altri partiti nelle maggiori aziende italiane: il PCI dimostrò un forte controllo politico della sua base e accettò gli inviti alla moderazione nell'aspettativa dello sbocco rivoluzionario.
La corrente socialista si adattò al disegno sindacale comunista per vari motivi quali, su  tutti, la debolezza organizzativa ed il minor seguito nel movimento operaio.
Il mondo sindacale socialista era attraversato da divisioni che lo indebolivano e, una volta perso il proprio leader Buozzi, molti socialisti vissero nel complesso di subalternità al PCI (per la forza, la capacità organizzativa ed il mito dell'Unione Sovietica).
La corrente sindacale cristiana non gradì l'organizzazione centralistica della confederazione, ma la accettò in quanto tale modello organizzativo aveva il risvolto positivo del controllo politico e della moderazione che i comunisti erano determinati a difendere. Inoltre la situazione era ancora fluida visto che la liberazione e la Costituente lasciavano aperti nuovi sviluppi per il sindacato.

di Cristina De Lillo
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