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Il progetto comparativo dell'antropologia

Comparazione come spiegazione
L'antropologia è un sapere intrinsecamente comparativo: mette a fronte istituzioni e tratti culturali, confronta usanze e modi di pensare, affianca costumi e classifica per tipi riti, miti, sistemi terminologici di parentela, idee della persona e del cosmo, schemi cognitivi e tecniche di fabbricazione. Per quanto all'antropologia stia a cuore il poter raggiungere una qualche conclusione, il suo stesso oggetto, la cultura, si sottrae a qualunque pretesa di poter definire una volta per tutte quali siano le "leggi" che ne regolano il divenire. Nondimeno la cultura è intrinsecamente comparativa, infatti tende a definirsi per rapporto a ciò che non è. Qualunque riflessione di tipo comparativo deve elaborare i criteri della comparazione stessa e tali criteri non sono sempre coerenti; il legame fra programma di ricerca comparativa ed oggetti da comparare può essere esemplificato dal progetto dell'evoluzionismo ottocentesco che inaugurò il cammino dell'antropologia culturale e sociale . la cultura risultava scomponibile in parti ed elementi separabili e descrivibili. Da allora il progetto comparativo dell'antropologia ha subito modifiche notevoli, per esempio la considerazione sempre maggiore del "punto di vista del nativo", tuttavia alcuni assunti hanno continuato a riemergere, come il nesso che lega comparazione e spiegazione (la spiegazione di un fenomeno può consistere nella sua descrizione ma in antropologia si fa ricorso alla comparazione).

I primi antropologi, spesso digiuni di contatti diretti con le popolazioni di cui scrivevano, consideravano i fatti attendibili se lo era la fonte che li riportava, meglio se si trattava di una testimonianza oculare. In questa prospettiva la spiegazione dipende dalla comparazione perché un certo costume può essere collocato in "un tempo"; questo "tempo" in cui è collocato il fatto da spiegare è posteriore o antecedente ad un "altro tempo", a seconda cioè che si tratti di un "tempo" in cui è collocato un altro fatto (da cui si ritiene che quel fatto derivi) o nel quale si crede che sia situato un fatto ancora diverso nel quale evolve il fatto stesso che deve essere spiegato. Ogni tappa è preceduta da un'altra e ne precede un'altra. Prima Tylor e poco dopo Durkheim introdussero cambiamenti significativi nell'uso della comparazione con il metodo delle correlazioni statistiche o delle variazioni concomitanti, il quale consente di prevedere che quando un fenomeno varia, varierà anche quello (o quelli) con cui il fenomeno è statisticamente associato . lega intimamente la comparazione alla spiegazione.

Modelli comparativi


La comparazione non si esercita mai su dati bruti ma sulle rappresentazioni che gli antropologi costruiscono dei loro oggetti e tra queste rappresentazioni vi sono anche dei modelli. Affinchè i modelli possano funzionare, devono essere rappresentati come contesti semplici e chiusi ma le società non vivono isolate, sono immerse nel flusso della storia che si presenta come interconnessione fra sistemi i quali si presentano come "complessi" ed "aperti". Il potere dei modelli consiste nella loro capacità di farci intendere realtà di cui non possiamo avere esperienza diretta; da questo punto di vista l'applicazione di modelli corrisponde alla costruzione di rappresentazioni etnografiche. Si può dunque notare come, in relazione ad un contesto storico- etnografico preciso, le rappresentazioni etnografiche varino proprio in funzione dei modelli che applichiamo allo studio di quel contesto . se non riusciamo a fare a meno dei modelli, è perché essi ci aiutano a "vedere"; sono delle finzioni, delle costruzioni ma non si equivalgono: alcuni spiegano meglio di altri.

Comparazioni controllate


Nel 1965 Evans- Pritchard pubblica un saggio sul metodo comparativo nel quale asserisce che l'antropologia, più che le somiglianze, deve spiegare le differenze. Egli, inoltre, è consapevole del fatto che l'antropologia procede ad un progressivo avvicinamento ai "significati indigeni" e più questo "avvicinamento" prosegue, meno sembrano possibili le generalizzazioni di un tempo, che si rivelano fondate su dati alquanto scarsi e poco o nulla contestualizzati. Evans- Pritchard propende allora per un'immagine della ricerca antropologica come metodologicamente più simile alle scienze storiche che non alle scienze naturali. Per evitare che l'antropologia si frantumi in una serie di studi monografici, egli propone l'esercizio di un metodo comparativo su scala limitata, che prenda in conto società di un solo tipo (cacciatori, nomadi,…) o tematiche circoscritte. La pratica di un metodo comparativo "circoscritto" nelle applicazioni e "limitato" nelle pretese esplicative era già in atto, per esempio presso S. Nadel per il quale la comparazione si presentava come "rimedio" all'impossibilità di sperimentare. Nadel sostiene che, nella ricerca delle "variazioni", dovremmo essere disposti a considerare parecchie cause concomitanti e multiple forme di interdipendenza tra i fenomeni, piuttosto che correlazioni di tipo biunivoco; solo questa prospettiva può far sì che riusciamo a rendere conto della complessità delle situazioni sociali. Dietro le comparazioni controllate spunta il miraggio di un'antropologia fondata sul calcolatore e, di conseguenza, su un linguaggio di tipo "neutro".

Classificazioni politetiche e reti di connessioni


Negli ultimi trent'anni le pretese comparativiste dell'antropologia sono state attaccate in modo deciso, fino alla totale dissoluzione del progetto comparativo. Tali critiche provengono da quanti hanno visto nella comparazione lo strumento di un'antropologia animata da uno spirito "positivistico", "oggettivante" e "decontestualizzante" ma anche da coloro che, partendo da posizioni "decostruzioniste", hanno contribuito a conferire un senso nuovo alla prospettiva comparativa. Tra questi vi è R. Needam (anni '70) che critica la pretesa di poter considerare la nozione di parentela come una nozione in grado di ricoprire un'area omogenea e definita di fenomeni empirici. Egli sostiene che le comparazioni degli antropologi tendono a produrre tipologie solo apparentemente fondate su classificazioni monotetiche, le quali nascono dall'elaborazione di categorie basate sull'assunto che determinate proprietà siano presenti in maniera costante. Di fronte al vicolo cieco rappresentato dalle classificazioni monotetiche sul piano comparativo, Needham sceglie di considerare le classificazioni politetiche, ossia classi composte da individui che condividono alcuni tratti variamente distribuiti. Queste classificazioni politetiche ricordano le somiglianze di famiglia di L. Wittgenstein: in una famiglia nessun individuo possiede le stesse caratteristiche di un altro, anzi certi individui non ne possiedono alcuna in comune ma "in mezzo" a questi vi sono individui che ne possiedono alcune le quali fanno sì che anche individui del tutto diversi risultino evidentemente appartenenti alla stessa famiglia (aria di famiglia). Secondo Wittgenstein questo è il modo in cui gli esseri umani costruiscono le loro classificazioni e che questo modo è proprio ciò che garantisce la produttività dei concetti. Le classificazioni politetiche dipendono dai condizionamenti culturali quindi non sono per nulla garanti di comparazioni fondate su dati "oggettivi" poiché, a differenza delle classificazioni politetiche dei naturalisti che parlano di piante e minerali, quelle degli antropologi parlano di fatti sociali . le società sono incomparabili perché le somiglianze sono il frutto di sviluppi storici largamente indipendenti, non di una comune evoluzione. Secondo Needham il limite delle comparazioni fondate sulle classificazioni politetiche consiste nel non poter riflettere delle connessioni reali tra ciò che viene classificato, ma anche nel fatto che gli stessi oggetti che entrano a far parte delle classificazioni sono a loro volta costruzioni di altri soggetti e possiedono quindi caratteri a loro volta politetici. Con lui, pertanto, sembra tramontare ogni possibilità di comparazione intesa come accostamento di società "simili" allo scopo di costituire dei tipi.
Meno scettici di Needham sono coloro che hanno visto nelle classificazioni politetiche o nelle somiglianze di famiglia la possibilità di instaurare connessioni capaci di arricchire la nostra visione comparativa. Remotti ha posto al centro della problematica comparativa la dimensione connessionista . per lui vale l'idea di poter stabilire delle reti di connessioni tra fenomeni. Questa prospettiva si rivela proficua allo scopo di rivalutare l'impossibilità di abbracciare il mondo nelle sue variabili infinite ed infinitesimali, ma resta il problema di sapere che cosa osservare: l'inesauribilità dei compiti descrittivi del reale e la complessità irriducibile delle reti non ci dicono in base a quali criteri noi dovremmo scegliere di stabilire fasci di relazioni e reti di connessioni tra fenomeni, dati, eventi, istituzioni, credenze, tecniche di fabbricazione e sistemi terminologici di parentela. Il principio wittgensteniano del "non pensare ma osserva" ha dunque senso solo in riferimento a domande nostre ed altrui, collocate in uno spazio ed in un tempo, all'interno di determinate scelte tematiche a loro volta riconducibili a contesti di significati dai quali dipendono.

Il connessionismo rappresenta un ulteriore passo verso una concezione del sapere antropologico come fondato non più sull'idea di un soggetto osservante e classificante in base a principi inscritti nella realtà delle cose, bensì come prodotto di un'attività costruttiva dipendente da forme categoriali del soggetto, le quali possono dipendere da fattori cognitivi naturali o culturali.

Comparazione come traduzione


Ogni comparazione finisce inevitabilmente per imbattersi in un problema di traduzione dei concetti e della loro traduzione.
di Viola Donarini
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