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Immagine della famiglia in cambiamento

L’organizzazione culturale della società italiana di questi ultimi decenni porta con sé l’esigenza di rivedere l’immagine di famiglia collocandola, per la nostra e le altre culture compresenti nel territorio, tra cambiamento e tradizione. Da un punto di vista antropologico la famiglia è quel luogo simbolico e concreto in cui prendono forma le credenze sul significato della vita e della morte e dove si vivono tutti i momenti critici dell’esperienza personale che, laddove non siano fronteggiabili da soli, richiedono il sostegno della stessa e della comunità (Diasio, 2000 in L. Cninosi 2002); ed è sempre nella famiglia che riposa il nocciolo duro della nostra identità. Ecco perché la famiglia è tanto importante per lo sviluppo armonico della personalità fin da piccolissimi. E’ proprio in seno alla famiglia che possono nascere e risolversi alcuni dei problemi legati all’evoluzione della stessa: tali problematiche fanno riferimento ad un disagio che non è solo quello conclamato, di chi sta ai margini della società ma al contrario è un disagio sociale che può riguardarci tutti: il disagio dei normali. Nel processo dinamico della vita di ogni persona e dei suoi gruppi di riferimento infatti (famiglia originaria, nuova famiglia, gruppo dei pari ecc) appaiono momenti di crisi, di rottura o conflitti che sono legati a cambiamenti biologici, spaziali, psichici e relazionali. Le crisi possono essere accompagnate da una sensazione di non ritorno dovuta a cambiamenti radicali come l’ingresso nel mondo del lavoro, l’inizio della vita di coppia, la maternità, l’invecchiamento: ripensarsi ed abbandonare la vecchia definizione di sé diventa a volte difficile o addirittura impossibile. L’impossibilità di assumere un nuovo ruolo li fa  entrare nel disagio conclamato. Tale disagio si manifesta certamente con più forza quando c’è una situazione di migrazione che è fattore di stress emotivo potenzialmente traumatico: la loro condizione liminale infatti fa si che le donne immigrate vivano in bilico tra due mondi quanto mai distinti: quello di provenienza e quello in cui, se non loro, almeno i loro figli dovranno inserirsi. La condizione di straniere le porta a rivedere sé stesse: costantemente l’Io tenta di barcamenarsi, di mediare tra la funzione ontologica legata al passato all’identità storica, cioè quella frazione di sé che non si è disposti a cedere, e la funzione pragmatica, legata al presente ed ai processi di integrazione con i connazionali e ogni persona lo farà in modo differente. Per tutti questi motivi è impossibile catalogare o categorizzare sotto l’unica voce “immigrato” tutta la complessità che questa condizione si porta dietro; sia perché ogni storia è a se stante sia perché le voci sono tante, differenziate per contenuti emotivi e ognuna reclama un ascolto privilegiato.
di Barbara Reanda
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