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Individuazione di persone e di cose nel processo penale

Si tratta di un atto simile a quel mezzo di prova denominato ricognizione e che può essere disposto dal giudice in dibattimento o nell’incidente probatorio.
Il codice usa una diversa terminologia (individuazione) solo per sottolineare il fatto che tale atto non è, a differenza della ricognizione, utilizzabile ai fini della decisione dibattimentale.
Questo atto è ritenuto ripetibile e pertanto il Pubblico Ministero nell’eseguire l’individuazione non è tenuto a rispettare le regole che nella ricognizione sono poste a pena di nullità al fine di assicurare l’attendibilità del risultato.
Sempre in considerazione della ripetibilità dell’atto, non è prevista la presenza del difensore, il quale non conosce neanche il verbale dell’atto che è segreto.
Il codice si limita a prescrivere che il Pubblico Ministero proceda ad individuazione di cose o persona quando è necessario per l’immediata prosecuzione delle indagini.
Da tutto ciò deriva una conseguenza che il codice sottovaluta: l’individuazione, svoltasi senza le cautele della ricognizione e senza la presenza del difensore, è utilizzabile dal gip nel momento in cui prende una decisione di sua competenza, e ciò anche al fine di emettere una misura cautelare quale la custodia in carcere.
Il medesimo verbale, in quanto documentazione di un atto ripetibile, deve essere inserito nel fascicolo del pm.
In verità gli psicologi ci insegnano da tempo che sia l’individuazione, sia la ricognizione sono atti “non utilmente ripetibili” da parte del medesimo ricognitore nei confronti del medesimo sospettato.
Il ricognitore, la seconda volta che procede all’atto, riconosce inconsciamente non colui che ha visto sul luogo del reato, bensì l’immagine più recente che ha percepito nella precedente individuazione fotografica o personale: l’attendibilità probatoria del secondo atto è minata alla radice.

di Stefano Civitelli
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