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Inghilterra, Francia e Spagna agli inizi del 1700


Dalla guerra della lega di Augusta alla guerra di successione polacca le potenze dell’Europa occidentale, Inghilterra, Francia e Spagna furono alle prese con problemi simili e con un passaggio storico delicato da vecchi a nuovi equilibri sociali e politici e economici.  

Inghilterra: nel 1701 con l’act of settlement, il parlamento inglese aveva regolato la successione alla morte di GuglielmoIII: per evitare che un discendente di Giacomo II Stuart salisse al trono e restaurasse il cattolicesimo in Inghilterra, l’atto escludeva dalla successione i suoi eredi maschi e ammetteva le femmine. Così dopo la morte di  Guglielmo III (1702), sul trono inglese salì la seconda figlia di Giacomo II, Anna di Danimarca (1702-14) che unificò Scozia e Inghilterra nel regno unito di Gran Bretagna. Alla morte senza eredi di Anna, il parlamento attribuì la corona a un discendente di Giaciomo I Stuart per parte di madre, Giorgio I della dinastia tedesca di Hannover (1714-27).
Ci fu uno sviluppo del modello politici parlamentare e proprio nei primi anni del regno di Giorgio I fu ancor più evidente il nesso tra politica interna ed estera. Il potere dei wighs nel parlamento, influenzò molto la politica estera di Guglielmo III e di Anna. I Wighs volevano far giocare all’Inghilterra un ruolo di primo piano sulla scena mondiale e furono essi stessi a sostenere nel parlamento gli interessi della monarchia contro le rivendicazioni dinastiche degli Stuart. Appoggiarono Giorgio I nell’alleanza anglo-franco-olandese stipulata tra il 1716 e il 1717 dettata da preoccupazioni dinastiche: quelle di Filippo D’Orleans, reggente di Francia dopo la morte di Luigi XIV, teso a bloccar le aspirazioni di Filippo V di Spagna alla corona francese; quelle di Giorgio I contro le rivendicazioni dinastiche degli Stuart. Fu il leader dei Whigs, Walpole, a reggere per un ventennio dal 1721 la carica i primo lord della tesoreria, e cancelliere dello scacchiere, una sorte di ministro dell’economia. La sua politica fu fondata su 3 capisaldi: una politica estera non aggressiva, una politica economica mercantilista, e sul consiglio di gabinetto un consiglio dei ministri responsabile di fronte al parlamento. Con la successione al trono di Giorgio II le linee fondamentali di questa politica non mutarono.
Ma l’opposizione Tory coinvolse parte della corte, dell’opinione pubblica e della stampa nell’attacco alla politica estera pacifista di Walpole che così dichiarò guerra alla Spagna e partecipò alla guerra di successione austriaca. Queste scelte furono dettate anche dalla preoccupazione di salvaguardare lo sviluppo commerciale inglese.

La Francia: la Francia degli ultimi anni del re sole pagava i costi di una politica che l’aveva condotta a diventare tra il 1648 e il 1688 la prima potenza europea. Tra la fine del 600 e la guerra di successione spagnola la crisi economica interna e la concorrenza politica internazionale imponevano allo stato l’adozione di misure fiscali ancora più rigide e un ulteriore inasprimento del controllo sociale. Era inevitabile che alla morte di Luigi XIV (1715) riprendessero i contrasti politici e sociali che avevano segnato l’affermazione dello stato moderno in Francia e che la maturazione dell’assolutismo di luigi XIV aveva contributo a sopire. Essendo minorenne l’erede di  Luigi XIV, tra il 1715 e il 1723 tenne la reggenza del trono Filippo d’Orleans, nipote del re sole.  La nobiltà di sangue riconquistò il potere e il parlamento di Parigi, formato da alta nobiltà e alto clero, riottenne il diritto di rimostranza e di registrazione, il potere cioè di bloccare le decisioni del re. Si riacutizzava il contrasto tra nobiltà di spada e nobiltà di toga. Nel 1716 veniva chiamato a riorganizzare le finanze di Francia il banchiere scozzese John Law, che creò una banca nazionale e affrontò la questione del debito pubblico con l’istituzione della compagnia d’occidente. La pressione speculativa sulle azioni della compagnia fece salire alle stelle i titoli ma si trattava di un valore nominale, non fondato su una crescita reale dell’economia nazionale. Così le azioni crollarono e furono travolte anche altre compagnie e il sistema del credito statale fu compromesso. Solo con il nuovo ministro, il cardinale Fleury, la Francia si riprese gradualmente, con una politica di bilancio più rigorosa, la limitazione degli impegni in politica estera e l’intensificazione del commercio con l’estero.

La Spagna: sotto Filippo V (1700-46) la Spagna dopo aver perso i domini europei si orientò verso la costruzione di un’identità politica nazionale. La riconversione da impero a nazione non significò però un ripiegamento pacifico entro i limiti attribuiti alla potenza iberica dal trattato di Utrecht. La seconda moglie di Filippo V, Elisabetta Farnese spinse il sovrano verso una politica di riconquista del predominio in Italia. Il progetto era duplice: assicurare al figlio di Elisabetta, Don Carlos (sembra un mafioso), l’eredità dei Farnese, il ducato di Parma e Piacenza, e riprendere una parte dei territori italiani passati a Carlo II d’Asburgo. Così nel 1718 le truppe spagnole invasero la Sicilia ma la quadruplice alleanza (Inghilterra, Francia, Olanda e Impero) bloccò la Spagna, costringendola a rinunciare alla riconquista e impose a Vittorio Amedeo II di Savoia (trattato di Londra 1718) di consegnare la Sicilia agli Asburgo in cambio della Sardegna. Dopo il 1720 la politica interna spagnola fu orientata in senso riformatore con provvedimenti di natura protezionistica per sviluppare le manifatture e con una ristrutturazione dell’amministrazione.

Tratto da LE VIE DELLA MODERNITÀ di Filippo Amelotti
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