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Jhon Colet e lettere di Paolo

Alle origini del mondo moderno una svolta singolare ebbe luogo in massimo silenzio verso la fine del Quattrocento, quando John Colet – non ancora dottore e tuttavia già magister in grado di commentare le sentenze di Pietro Lombardo – scelse un argomento nuovo per le sue lezioni: dal 1497 al 1499 commentò a Oxford le Lettere di Paolo in un modo fino ad allora del tutto inusitato. Egli assumeva il testo di Paolo come opera autonoma, da prendersi nella sua interezza e globalità, contro l’uso scolastico di spiegare un passo biblico attingendo liberamente ad altre parti della Bibbia, e di coglierlo filtrato attraverso le conseguenze teologiche che ne derivano. Il metodo del Colet era l’interpretazione letterale, quella che veniva applicata a tutti i documenti dell’antichità: con ciò egli si atteneva al metodo storico e critico degli umanisti italiani. La sua analisi delle Lettere di Paolo, anche se non va oltre i primi rudimenti della filologia, si distingue per un’impostazione che mira a cogliere il contesto storico e l’intuizione immediata dell’autore. Purtroppo quei commenti vennero pubblicati solo 4 secoli più tardi, ma delle lezioni del Colet e della loro risonanza ci è rimasta una testimonianza dal vivo, che ne coglie la portata storica, ad opera di un uditore autorevole: Erasmo da Rotterdam. Secondo alcuni studiosi l’incontro avrebbe avuto un effetto determinante nell’indirizzare Erasmo ad occuparsi della tradizione biblica. È certo che da quel momento in poi ebbe inizio la sua passione per la filologia del Nuovo Testamento e per lo studio dei Padri della Chiesa: una vera “conversione” dall’Umanesimo profano a quello teologico. Nacque così l’idea che prese corpo una quindicina di anni dopo col Novum Instrumentum, primo tentativo di una edizione critica del Nuovo Testamento greco, accompagnato da una nuova versione latina a fronte. Il lavoro sul testo del Nuovo Testamento ha preso l’avvio proprio dalle Lettere di Paolo. All’inizio del XVI secolo i segni di una rivalutazione dell’epistolario paolino sono già palesi molto prima dell’avvio della Riforma. Un indizio è senza dubbio la sollecitazione che viene dagli umanisti, il cui tratto fondamentale è la ricerca delle opere dei grandi della storia antica. Non ci si accontenta di un semplice ritorno alla storia del passato, ma si studia lo stato dei loro scritti, il modo in cui le opere sono state tramandate dagli amanuensi, con una speciale cura nel risalire al testo originale, così come era uscito dalla penna dell’autore. Anche la chiesa, nel campo dell’esegesi biblica, deve confrontarsi col rigore della critica storicofilologica, proposta dall’umanesimo per i testi antichi: l’approccio umanistico viene ora applicato alla Bibbia. Ma ecco la singolarità: l’iniziativa non prende l’avvio dai Vangeli, quanto piuttosto dall’epistolario Paolino.

di Alessia Muliere
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