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Kant e l'eutanasia

Tra i grandi pensatori, Kant dice: la massima per  cui per  amore di me mi formo il principio che se la vita col suo perdurare mi minaccia più di quanto mi prometta piacevolezza io me l’accorcio, è per Kant palesemente contraddittoria in quanto sostiene che lo stesso sentimento che vada a promuovere la vita presupponga l’eventualità di distruggerla, non può fungere da legge universale di natura. Contro le argomentazioni di Kant si pongono le obiezioni di Charlesworth (seppure aderente ad una concezione cristiana della vita) che sostiene che sia possibile che la gente pensi di togliersi la vita proprio in quanto ha un vero rispetto di se e non desidera morire in condizioni in cui non sarebbe più un se autonomo, una persona in grado di controllare la propria vita, il fatto non è che tali persone desiderino morire con dignità ma piuttosto che desiderino morire in autonomia poiché ciò che vogliono è morire come esseri umani autonomi che mantengono il controllo delle loro vite.
I sostenitori dell’etica della non disponibilità hanno negli ultimi anni cercato di renderla meno rigida ed adeguarla a tutti i nuovi modi del morire ricorrendo ad una serie di distinzioni tra mezzi ordinari e mezzi straordinari (di mantenimento artificiale della vita). Ma il significato di queste nozioni è tutt’altro che preciso in quanto tali nozioni contengono un’ineliminabile componente valutativa implicita, si tratta di criteri che se assunti come decisivi debbono attribuire ai medici un potere indiscutibile che di volta in volta e di caso in caso dovranno decidere che cosa è ordinario e cosa è straordinario.
La questione eticamente rilevante è se ad una persona per  quanto riguarda la sua vita sia dato richiedere la sospensione dei mezzi che “gliela mantengono” (che siano anche dei mezzi ordinari o proporzionati) e quali siano le ragioni per  cui si nega in generale questo diritto a morire.
Lasciamo da parte nella nostra discussione le questioni degli eventuali fondamenti religiosi o delle implicazioni per la religione in quanto portano in strade diverse da quelle della bioetica, chiariamo però che l’appello ad un diritto a morire può essere fatto anche da un fedele in una religione che voglia che della sua vita disponga Dio e non l’istituzione medica, Hans Kung ha sostenuto che non c’è in realtà nessun contrasto di principio tra una prospettiva teologica e una concezione etica che affida la morte alla scelta e alle responsabilità morali delle persone coinvolte.
Alcuni sostengono che molte delle nuove pratiche rese possibili dalle scoperte in medicina e biologia relativamente alla nascita, alla morte o alla cura degli esseri umani, costituiscono una lesione della dignità della natura umana. Chi sostiene ciò limita di per se la libertà individuale di ciascuna persona di dare senso e dignità in modo autonomo alla propria vita, inoltre non vi sono basi ne metafisiche ne scientifiche per  riconoscere un unico modo di dare contenuto alla dignità della natura umana. La dignità delle vite umane è legata al modo individuale in cui ciascuna persona elabora il proprio piano di vita. Questa individualità dà luogo a molteplicità di modo e dunque diversità e specificità di ciascuna individualità che deve essere rispettata e salavaguardata dalle nostre decisioni e valutazioni. Questo è un punto essenziale per l’etica. Per questi motivi è da rifiutare una concezione ontologica e biologica di dignità della vita umana in quanto ogni persona ha il proprio modo di dare valore e senso alla sua vita.
A tale proposito Kant presenta la tesi della Fondazione della metafisica dei costumi: agisci in modo tale da considerare l’umanità sia nella tua persona sia nella persona di ogni altro, sempre come scopo e mai come mezzo. In altre parole, avere dignità, sostiene Kant, significa innalzarsi al di sopra di ogni prezzo di mercato, l’uomo ha dignità perché in gradi di ubbidire solo alla legge che egli stesso si da. Moralità e umanità avendo valore intrinseco sono le sole “cose” ad avere dignità. Riconoscere dignità alla vita umana significa riconoscere che gli uomini sono gli unici esseri razionali ovvero persone in grado di vita morale cioè capaci di agire in modo tale di essere legislatori di se stessi. Per Kant dobbiamo rispettare la dignità degli essere umani in quanto essi sono persone capaci di legislazione universale in quanto capaci di dare validità universale alle regole della loro condotta.
Secondo Scheler questa concezione kantiana Annulla la dignità della persona subordinando la persona stessa al dominio di un nomos impersonale. Anche Feinberg si è opposto alla concezione aliena di dignità di Kant giudicandolo non convincente in quanto colloca la dignità di una persona in una caratteristica astratta non peculiare ad essa, piuttosto che, almeno in parte, nella sua propria individualità.
Il ricorso alla nozione di dignità con riferimento alla morte degli esseri umani è stato uno degli usi più diffusi nei contesti della bioetica: da una parte troviamo coloro che giudicano la dignità del morire sulla base di una concezione onotologgizzante di quello che è il modo proprio degli uomini di morire ovvero che sia una morte con dignità umana e cristiana affrontando la stessa con serenità e coraggio. Tale concezione non può avere nessuna pretesa di modello assoluto nonché vuota di reali contenuti indicativi di fronte alle condizioni effettive del morire (il coraggio militaresco dice poco). Dall’altra parte troviamo una dignità del morire umano collegata con la libertà della scelta del morente, numerose sono le elaborazioni in questo senso: secondo Kung il problema non è in generale quello della dignità della vita umana ma piuttosto il punto è che ogni uomo tiene al rispetto della sua propria dignità e a quella degli altri. Questo modo di collegare la dignità del morire con il modo personale in cui ciascuno intende vivere il decisivo passaggio  è definito da Scarpelli uno dei principi fondamentali della bioetica.
di Marianna Tesoriero
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