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L'accordo tra Luterani e cattolici

Il 21 giugno 1546, in una delle prime sedute del concilio di Trento sulla dottrina della giustificazione, il presidente, il cardinale Marcello Cervini, disse che l’articolo sulla giustificazione appariva molto più problematico di quello sul peccato originale; inoltre, poiché solo pochi degli antichi teologi avevano trattato l’argomento, e tra l’altro incidentalmente, bisognava far ricorso ai recenti controversisti che avevano difeso la dottrina della Chiesa contro Lutero. A questo punto intervenne il cardinal Reginaldo Pole con una singolare affermazione. Egli scongiurò i padri conciliari per quanto concerneva la questione della giustificazione dalla quale dipende tutta la nostra salvezza, di leggere senza pregiudizio anche i libri dei luterani, e soprattutto di non pensare mai “l’ha detto Lutero, quindi è falso”; nell’errore si annida spesso qualche verità. Il Pole aveva colto nel segno. Nonostante l’accurata documentazione degli atti del concilio di Trento, appare ancora oggi problematico sapere che cosa padri conciliari al tempo del decreto sulla giustificazione conoscessero degli scritti di Lutero (spesso conosciuti di seconda mano). In ogni caso la dottrina di Lutero sulla giustificazione venne condannata nel decreto De doctrina iustificationis, cui furono aggiunti 33 canoni di anatema. I padri conciliari intendevano indicare con chiarezza la dottrina della chiesa cattolica, ma anche erigere una barriera contro le nuove, perverse ed erronee dottrine degli eretici, perché tutti potessero riconoscerle ed evitarle.
Dopo 4 secoli e mezzo, il 31 ottobre 1999, ad Augsburg, la teologia della giustificazione di Lutero, sta al centro della Dichiarazione congiunta della dottrina sulla giustificazione. Nella ricorrenza delle Tesi di Wittenberg e nella città che ricordava la Confessio Augustana, dopo secoli di incomprensioni, diffidenze e reciproche scomuniche, i rappresentanti della Federazione Luterana Mondiale e della Chiesa cattolica, hanno firmato la Dichiarazione. Si tratta di un documento, frutto di un lungo e travagliato confronto biblico, storico e teologico, che testimonia un evento destinato a divenire una delle date più importanti nella storia del movimento ecumenico. Luterani e cattolici hanno cercato nella dottrina della giustificazione ciò che li unisce piuttosto ciò che li divide, e hanno sottoscritto un consenso su un argomento che in passato ha costituito forse la ragione del maggior contrasto tra loro. Dopo la confessio augustana del 1530, per volere dell’imperatore Carlo V, primo e ultimo tentativo per raggiungere un accordo fra chiesa cattolica e i riformati, seguirono 4 secoli di silenzio e diffidenza reciproca; occorre giungere la Concilio Vaticano II per trovare l’avvio di un dialogo e un nuovo punto di incontro: la parola di Dio stava maturando nuovi e insperati frutti. Le novità della Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione sono molte; un primo frutto pastorale del consenso è dato dal riconoscimento che le condanne pronunciate nel XVI secolo non riguardano più le controparti; il documento precisa altresì che non si vuole cancellare la storia passata: essa continua ad avere un peso e un carico di sofferenza da non dimenticare. In ogni caso la prima risposta dei teologi cattolici alla dichiarazione è stata dura e problematica: risultava difficile considerare la dottrina sulla giustificazione come criterio di identificazione di ciò che era cristiano. Se poi si presta attenzione al contenuto del documento, la peculiarità risalta già dalla parte iniziale, dove si riportano i testi biblici sulla giustificazione e della salvezza quale è formulato in molteplici concetti e immagini nelle Lettere di Paolo, e con cui è in diretta relazione la dottrina della giustificazione nelle Lettere ai Galati e ai Romani. Il documento mette bene in luce il rapporto tra l’epistolario paolino e gli altri scritti del NT: le unilateralità della teologia dell’apostolo, le sue formulazioni nuove e ardite, o le sue particolari accentuazioni vengono interpretate alla luce dell’intero NT: nelle Lettere dell’apostolo infatti, per la prima volta nella storia, il messaggio evangelico viene formulato nella lingua greca, cioè in una lingua che è diversa da quella in cui Gesù lo aveva annunciato, ed è merito di Paolo l’aver percorso da pioniere una strada, con una riflessione assolutamente originale, in uno spazio semantico dove occorreva inventare termini, concetti e formulazioni: la teologia di
Paolo è la prima sintesi cristiana della salvezza donata nel Vangelo. Proprio quei testi Paolini concernenti la giustificazione per fede che nel XVI secolo avevano costituito una ragione di contrasto nella chiesa, paradossalmente divengono nella dichiarazione congiunta ciò che fonda il consenso sulla dottrina della giustificazione. Paolo di Tarso quindi, pietra di inciampo e, 5 secoli dopo, fondamento d’unità?

di Alessia Muliere
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