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L'autobiografia artistica di Benvenuto Cellini

Spirito del suo tempo, Cellini è uno dei primi a produrre una autobiografia artistica dopo il Ghiberti. I tempi sono ormai maturi, e i modi sono molto cambiati. Scritta, o meglio dettata da Cellini ad un garzone, è senza dubbio un monumento unico nel suo genere anche nella letteratura italiana; degna di figurare accanto alla Vita Nuova di Dante e all'autobiografia dell'Alfieri. Goethe ne fece una traduzione che ebbe larghissimo successo in Germania. Offre una ricchissima pittura della storia dell'uomo e del suo tempo, per quanto essa sia vera solo in senso poetico, data l'endemica colorazione personalistica e soggettivistica che la violenta indole dell'autore le ha conferito. Mette a dura prova lo storico ma rimane inestimabile come biografia artistica. Cellini è scultore e incisore, è un tecnico, ma all'opposto del contemporaneo Vasari, è assolutamente privo di ogni educazione letteraria, scrivendo in un meraviglioso fiorentino parlato, buttato su carta senza alcun ritegno. Il
carattere tipico del Cellini è quello del dualismo di spontaneo e retorico, di loquace e stringato, tipico dell'arte dei manieristi. Vossler diceva di lui: “maestro nella plastica sensibile dell'espresione, quanto inetto alla rappresentazione logica del pensiero. Artista riccamente dotato a cui il sicuro istinto di una fantasia sensibile sostituisce la scuola della logica. Purtroppo la sviluppatissima retorica degli stilisti contemporanei lo ha indotto, qua e là, a pezzi di bravura che gli sono riusciti solo a metà e che contrastano con la vivace originalità della sua lingua spontanea”.

di Gherardo Fabretti
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