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L'evoluzione del quadro normativo


Ci sono alcuni aspetti dell'attività legislativa che hanno condizionato storicamente il comportamento delle imprese: l'evoluzione della normativa antitrust e la disciplina giuridica sui bilanci.

La legislazione antitrust

Il differente sviluppo che ha caratterizzato la legislazione antitrust all'interno delle singole realtà nazionali è il miglior esempio di quanto le specificità del milieu socioistituzionale possano influenzare le strategie d'impresa, come mostrano i differenti comportamenti dei due paesi protagonisti della seconda grande onda dell'industrializzazione moderna, cioè Germania e Stati Uniti. Un tratto saliente di queste due economie a cavallo del secolo scorso fu la tendenza alla concentrazione degli impianti, con il conseguente rafforzamento del ruolo della grande impresa, indotta dalle nuove tecnologie che imponevano economie di scala e ingenti immobilizzi di capitali. Negli Stati Uniti, nel 1909, le maggiori imprese accentravano nelle loro mani più del 22% della produzione manifatturiera americana, mentre nello stesso anno l'equivalente quota inglese controllata dalle prime 100 non arrivava al 16%. Negli Stati Uniti era però cresciuta l'ostilità della popolazione nei confronti delle dimensioni eccessive che andavano assumendo le imprese, in particolare le società ferroviarie, a causa del susseguirsi di abusi e di pratiche discriminatorie: era infatti cresciuta la pressione dell'opinione pubblica per la limitazione del potere economico delle impresa e la tutela della libera concorrenza. Di fronte alle sempre più frequenti richieste di regolamentazione, il Congresso varò una legislazione federale in materia (Interstate Commerce Act del 1887 e lo Sherman Act del 1890). La nuova normativa dettava alcune regole generali che dichiaravano incostituzionali gli accordi di cartello, ma che lasciavano ampio spazio a fusioni, concentrazioni ed holding. Dopo il 1897 un'interpretazione estensiva dello Sherman Act rese illegale ogni forma di accordo fra imprese formalmente indipendenti: la fusione rimaneva l'unica via di controllo del mercato praticabile dalle imprese. Le imprese si consolidarono, nel caso delle ferrovie nel primo Novecento sette grandi gruppi si spartivano il 70% della rete. Fu necessario attendere nuovi provvedimenti successivi per vedere effettivamente rispettata la normativa antitrust: Elkins Act 1903, Hepburn Act 1906, Clayton Act 1914. La Corte Suprema decise anche di smembrare i due potentissimi gruppi che controllavano il mercato del petrolio e del tabacco, cioè la Standard Oil e l'American Tobacco.
In Germania invece, l'affermazione di pratiche cooperative fra imprese operanti all'interno dello stesso settore attraverso accordi di cartello fu una scelta consapevole e tutelata dalla legge: si riteneva che il capitalismo organizzato potesse realizzare un formidabile consolidamento dell'economia interna e la riconquista dei mercati esteri. La tendenza alla cartellizzazione, nella forma iniziale di accordi volontari tra imprese per una politica solidale di mercato, non solo non venne vietata, ma anzi riconosciuta come legittima e protetta dallo stato (1897): i cartelli avevano lo scopo di limitare la concorrenza, stabilire i prezzi e i profitti e riaffermare il controllo monopolistico del mercato. A partire dal primo Novecento inoltre, in sostituzione degli accordi volontari fra imprese si affermarono forme di collaborazione più stretta e formalizzata, i Konzerne e le IG, ovvero comunità di interessi che, oltre ad accordi formali, comportano lo scambio di azioni e la suddivisione dei profitti. Il caso più noto di IG fu la creazione del grande trust della chimica, la IG Farben, che riuniva i tre principali produttori di coloranti sintetici: le alleanze iniziarono nel 1904 mentre nel 1925 la comunità di interessi si fuse in un'unica gigantesca impresa chimica, la IG Farbenindustrie AG.

di Melissa Gattoni
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