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L'indagine filosofica di Leibniz

Gottfried Wilhelm Leibinz nacque a Lipsia nel 1646 e si applicò allo studio di numerosi progetti. I suoi scritti concernono la giurisprudenza, la politica, la storia, la teologia e la fisica. Non ha lasciato opere sistematiche, tra le più importanti vi sono il Discorso di Metafisica e i Principi della Filosofia.
Il pensiero che domina l’attività di Leibniz è questo: esiste un ordine, non geometricamente determinato e quindi necessario, ma spontaneamente organizzato e quindi libero. Per Leibniz tale ordine contingente è frutto di una scelta: egli presenta Dio come colui che ha scelto tra i vari ordini dell’universo il migliore. L’esigenza di un ordine fondato sulla libertà e sul rispetto della pluralità sta anche alla base della sua attività politica, del tentativo di riconciliazione fra le varie chiese.

Leibniz distingue verità di ragione e verità di fatto. Le verità di ragione sono necessarie ma non riguardano la realtà. Esse sono identiche e si basano sui principi di identità e non contraddizione. Non potendo derivare dall’esperienza, sono innate. Le verità di fatto sono invece contingenti e concernono la realtà effettiva. Esse non sono identiche (in quanto dicono qualcosa di nuovo), non si basano sui principi di identità e non-contraddizione ma su quello di ragion sufficiente: nulla si verifica senza che sia possibile dare una ragione che basti a spiegare perché sia così.

Il principio di ragion sufficiente conduce Leibniz a formulare il concetto di sostanza individuale. Nella verità di fatto, il soggetto deve contenere la ragion sufficiente del suo predicato. Ora un soggetto di questo genere è sempre reale o esistente, ciò che egli chiama sostanza individuale.
L’uomo che, non ha mai una nozione compiuta della storia individuale, deve desumere dall’esperienza gli attributi che le si riferiscono. Ma Dio, la cui conoscenza è perfetta, scorge nella nozione di ogni sostanza la ragione sufficiente di tutti i predicati e quindi può leggere, ad esempio, nell’anima di Alessandro i residui di ciò che gli è accaduto.
Alla costituzione atomica della materia, Leibniz rinunciò quando giunse a formulare la legge della continuità, il principio che la natura non fa mai salti, per cui per passare dal piccolo al grande o viceversa bisogna passare attraverso infiniti gradi intermedi. In seguito, egli cessò pure di vedere nell’estensione e nel movimento gli elementi originali del mondo fisico, preferendo la forza.
Leibniz distingue la forza passiva che costituisce la massa di un corpo e la forza attiva, la vera e propria forza, conatus o tendenza all’azione. Ma è evidente che la stessa massa materiale, ridotta a forza passiva, non è più nulla di corporeo. Sicchè l’ultimo risultato della fisica di Leibniz è la risoluzione della realtà fisica in una realtà incorporea. Il dualismo cartesiano viene negato.

Verso il 1696 Leibniz introdusse il concetto di monade. Essa è un atomo spirituale, una sostanza semplice, senza parti e priva di estensione, indivisibile ed eterna: solo Dio può crearla. Ogni monade è diversa dall’altra. Leibniz formulò il principio dell’identità degli indiscernibili. Le altre mo-nadi sono presenti nella singola monade solo in maniera ideale, sotto forma di rappresentazione. Esse formano una gerarchia al cui vertice c’è Dio, monade perfetta, onnisciente e creante.
Leibniz distingue materia seconda (la materia intesa come aggregato di monadi) e materia prima (la potenza passiva che è nella monade). Il corpo degli uomini è, secondo Leibniz, materia seconda ed è tenuto insieme da una monade superiore, l’anima. Sebbene tra il corpo, aggregato di nomadi, e l’anima, nomade dominante, non vi sia diversità sostanziale, Leibniz ammette che essi seguono leggi indipendenti: il corpo le leggi meccaniche, l’anima le leggi della finalità.

Il problema dell’accordo reciproco fra le nomadi può essere risolto ipotizzando un’influenza reciproca (soluzione cartesiana), un intervento dall’esterno (soluzione occasionalista) e un’armonia prestabilita, ossia un accordo predisposto da Dio sin dall’eternità. Questa è la soluzione di Leibniz.
Leibniz distingue inoltre in Dio una volontà antecedente che vuole il bene in sé ed una volontà conseguente che vuole il meglio. Come effetto di quest’ultima, Dio vuole anche ciò che non è bene e perfino il male fisico come mezzo per raggiungere il meglio. La volontà permissiva di Dio rispetto al peccato è dunque una conseguenza di ciò.
di Domenico Valenza
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