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L'industria privata contro il centro-sinistra

La successione di Cicogna ai vertici della CGII rappresentava per certi aspetti una innovazione e per altri la continuità della gestione.
Il nuovo presidente era un cattolico praticante e questo avrebbe consentito di riprendere il dialogo con la DC.
L'elemento di continuità era rappresentato dal fatto che Costa e De Micheli affiancarono Cicogna come vicepresidenti.
Cicogna, inoltre, come De Micheli, era legato alla Edison e quindi ai gruppi elettrici, che sarebbero entrati nell'occhio del ciclone in caso di maggioranza di centro-sinistra.

Nel '62 nacque un nuovo governo Fanfani, il primo con un programma di centro-sinistra concordato con il PSI che aveva fra i suoi punti centrali, la nazionalizzazione dell'industria elettrica.
Cicogna si pose immediatamente contro le scelte del governo e della DC, facendo appello all'intero mondo industriale per la difesa della libertà d'impresa.
Questo clima di opposizione trovava terreno fertile nella piccola imprenditoria, espressione del neocapitalismo italiano, cresciuto durante gli anni '50 in una fase di completa deregulation e delle relazioni industriali, che temeva l'interventismo di un governo "labour oriented" come quello entrato in carica nel '62. Del resto le vertenze in atto, come quella dei metalmeccanici esprimevano un decentramento anche nelle aziende del conflitto, nonché una presenza attiva del sindacato nei luoghi di lavoro che era avversata dalla grande industria e soprattutto dalla piccola impresa.
Nonostante la CGII avesse concentrato i propri sforzi in difesa dei gruppi elettrici, la loro nazionalizzazione venne comunque realizzata: i gruppi elettrici riuscirono solo ad ottenere dal governo la garanzia di una procedura di esproprio che salvaguardasse gli interessi finanziari dei gruppi di controllo a scapito dei piccoli risparmiatori che persero i loro risparmi investiti nelle azioni elettriche. Le divisioni interne che ne seguirono danneggiarono notevolmente la CGII.

La FIAT di Valletta e altri importanti gruppi come la Montecatini si dissociarono dalla politica antigovernativa di Cicogna. La grande industria aveva compreso che la partita della nazionalizzazione delle aziende elettriche era ormai presa e che era opportuno evitare lo scontro frontale con il governo di centro-sinistra, operando invece per vie interne per evitare altre nazionalizzazioni o provvedimenti lesivi dei propri interessi.
La lotta politica frontale contro il governo, venne favorita dal fatto che nel dicembre '62 c'era stata la firma separata dell'accordo con FIOM, FIM e UILM da una parte dell'INTERSIND, e che lo sciopero generale proclamato da tutti i lavoratori dell'industria  l'8 febbraio '63 la CONFINDUSTRIA era stata costretta a firmare un accordo che prevedeva aumenti retributivi, miglioramenti normativi e anche contratti aziendali integrativi: era stata una lunga vertenza che aveva visto contrapposte la FIOM e la FIM alla UILM contraria alla contrattazione articolata.

Le tre confederazioni trovarono convergenza in riferimento al presupposto che dovessero esistere tre livelli contrattuali: nazionale di categoria, nazionale di settore (con competenza relativa ·alle ore di lavoro e ai livelli salariali), e di azienda (con specifica attenzione ai cottimi e alle qualifiche professionali). Quest'ultimo era il livello contrattuale più osteggiato dall'industria privata che voleva tenere la conflittualità lontana dai luoghi di lavoro. Il fatto che la CGII avesse firmato un accordo che prevedeva contratti integrativi d'azienda era prova della debolezza dell'industria privata nel momento di rottura del fronte imprenditoriale.

La CGII viveva, pertanto, in un clima di avversione dal quale riteneva di poter uscire solo riguadagnando il favore della maggioranza politica. Alle successive elezioni, la CGII, ufficialmente, non si schierò per nessun partito ma nei fatti il referente privilegiato fu il PLI (per la sua avversione al centro-sinistra) che ottenne un buon risultato elettorale.
Le divisioni interne alla CGII si manifestarono nuovamente quando Valletta, durante l'assemblea degli azionisti FIAT nel maggio '63, si dichiarò favorevole alla costituzione di un governo di centro-sinistra. Faceva la sua apparizione il principio, fatto proprio dai grandi gruppi industriali, che RI divenute complesse e di difficile gestione rendevano più produttivo il dialogo con una maggioranza nella quale fosse presente la sinistra.
Questo principio troverà nuova applicazione negli anni '70 nella stagione della solidarietà nazionale in una situazione di crisi gravissima del paese, e negli anni '90 quando sarà affrontato il tema della riforma dello Stato sociale.

Negli anni '60, in effetti, i PSI era l'unico partito che poteva ricoprire un ruolo di parziale rappresentanza nella maggioranza e nel governo del ceto operaio che si riconosceva nella sinistra di classe. In quegli anni, inoltre, si profilava in prospettiva, data la sconfitta dei gruppi elettrici, la dominanza della Fiat nella CGII (che si attenuerà solo alla fine degli armi '90) con tutte le conseguenti implicazioni in termini di orientamento politico della CONFINDUSTRIA.
All'assemblea del febbraio '64 Cicogna, pur continuando a condannare lo Stato imprenditore, usò toni più moderati: era il segno della tentata riapertura di dialogo con il governo. Va anche precisato che il governo Moro aveva emanato una serie di misure economiche deflazionistiche gradite agli imprenditori e finanzieri.
Lo scontro con i partiti di maggioranza si andava allentando ed era evidente che per la CGII era importante riallacciare il dialogo al fine sia di riacquistare l'influenza politica che aveva perso, sia di recuperare la solidarietà dei principali gruppi industriali che, pur aderendo alla CGII avevano perseguito politiche autonome.
Nel marzo '66, il ritorno di Costa alla presidenza della CGII, assunse il significato di un allentamento delle tensioni e un ritorno al dialogo con il governo e la DC.

di Cristina De Lillo
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