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L'insegnamento della letteratura secondo Ferroni

Come accennato, nel libro di Ferroni un’ampia riflessione è dedicata ai problemi della scuola e dell’insegnamento della letteratura. Crediamo non sbagli lo studioso quando, per sintetizzare il quadro odierno, parla di un «ritorno alla centralità dell’insegnamento linguistico, una concentrazione sugli aspetti tecnici o genericamente comunicativi del linguaggio», a scapito ovviamente «del particolare orizzonte conoscitivo, estetico e critico, di esperienza e di pensiero, della letteratura». Il tentativo di far chiarezza su questa situazione passa attraverso la nozione e la natura del canone letterario, inteso soprattutto come scelta delle traiettorie di pensiero la cui conoscenza si rende necessaria agli studenti. Un problema di memoria, ma anche di rapporto con il presente; un problema che, secondo Ferroni, non può essere affrontato partendo da una contrapposizione fra canone chiuso e canone aperto, ma per mezzo di una sintesi e una mediazione che porti alla luce ciò che dal canone è stato espulso e ciò che andrebbe rimosso: «c’è bisogno di percepire in modo davvero nuovo l’intreccio tra la tradizione che abbiamo alle spalle e i valori comuni e civili, i progetti di futuro di cui la letteratura può garantire la possibilità e la sopravvivenza». Ma la questione – emblematica la domanda ferroniana «Salvare la letteratura?» – tocca pure le ultime riforme del mondo della scuola e dell’università. Appare inconcepibile al critico che l’idea di letteratura venga ridotta a quella di comunicazione: la letteratura, insieme agli studi umanistici, è semmai «un modo di entrare in rapporto con il mondo». Colpa certamente di una riforma che “aziendalizza” la scuola pubblica, ma anche – secondo Ferroni – di una certa sinistra che l’ha permessa o che ha aperto la strada allo squallore odierno. Il recupero di una centralità passa anche dall’idea che la classe rappresenti una comunità ermeneutica in ascolto, non un uditorio passivo: i docenti dovrebbero capire che la formazione passa dall’interazione e da uno sviluppo del senso critico. A tal proposito, l’insegnamento diretto e frontale della letteratura deve fondarsi sulla centralità della letteratura. A scapito di apparire antiscientifici, sembra dire lo studioso, bisognerebbe leggere i classici e i grandi libri proprio perché essi fanno riflettere i giovani sui «grandi temi che al critico sofisticato possono sembrare banali». Un punto di partenza per poi analizzare il testo anche nei suoi aspetti figurali e più tecnici. Tutto ciò per il recupero di una scuola forte, che abbia un rapporto gramsciano (e proprio ad Antonio Gramsci Ferroni dedica un bel contributo in cui “legge” alcune note sull’istituzione scolastica tratta dai Quaderni) con il pubblico e che si faccia artefice di un cambiamento effettivo, «al di là di ogni illusorio pedagogismo».


di Gherardo Fabretti
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