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L'invenzione della stampa e la diffusione di Paolo

L’invenzione della stampa è uno degli eventi che segna l’inizio del mondo moderno: lo aveva già colto, alla fine del XVI secolo, Francis Bacon. Come è noto l’avvenimento si inserisce mirabilmente nel clima culturale dell’Umanesimo e del Rinascimento. La produzione rapida di copie perfettamente identiche, in modo preciso ed economico, e la loro diffusione incidono profondamente nel clima culturale. Si vanno moltiplicando gli strumenti ausiliari (concordanze, dizionari, repertori) per lo studio e l’interpretazione dei testi, quindi anche per la lettura e l’esegesi della Sacra Scrittura. Fu singolare questa coincidenza tra la grande diffusione dei libri a stampa con la conseguente democratizzazione della cultura, che è un ideale umanistico e il bisogno ormai vivo di incrementare nuove tecniche editoriali quali gli apparati filologici, le edizioni critiche, la stampa dei testi a fronte e così via. La rivoluzione attuata da Gutenberg ha fatto di ogni persona un potenziale lettore: non si moltiplicano solo i libri ma pure i lettori. La prima opera a stampa fu la Bibbia in latino, segno del ruolo che essa ricopriva nella cultura del tempo. Intorno al 1520 si afferma su vasta scala l’uso delle traduzioni della Bibbia in volgare: un uso che andrà crescendo nel quarto di secolo successivo, fino al concilio di Trento. L’avvio è dato quasi contemporaneamente da Lefevre (1512) e da Lutero (1515-6): entrambi iniziano con l’esegesi e la traduzione latina delle Lettere di Paolo e poi si impegnano nella versione del Nuovo Testamento, il primo in francese, il secondo in tedesco. Nel Cinquecento l’attività editoriale si dedica vivamente a pubblicare commenti all’epistolario paolino di scrittori ecclesiastici antichi o di dottori medievali. Il richiamo a Paolo proposto nei primi anni del secolo, provoca nei dottori e nei teologi una ricerca storica sul passato: si ristampano i commenti all’epistolario paolino, ma se ne aggiungono di nuovi. Aveva cominciato Erasmo, convinto che l’edizione dei testi patristici costituisse il primo atto della rinascita degli studi teologici: perciò pubblicava ogni volta l’opera omnia di un padre della chiesa, un modo di edizioni che non aveva precedenti. È da segnalare che su 260 commenti all’epistolario paolino pubblicati nel Cinquecento, circa la metà sono opere di scrittori ecclesiastici della chiesa antica o di teologi medievali. Si propone dunque all’attenzione teologica e culturale del tempo una tradizione di fede che aveva compenetrato di sé tutto il medioevo: e insieme si prende consapevolezza della continuità spirituale con la storia passata. Se la riedizione di antichi autori può essere indizio di scarsa attività esegetica, essa riflette pure una precisa immagine della novità cristiana, che risale alle proprie origini nell’atto stesso di affrontare le problematiche del momento: la tradizione della fede non può innovare partendo dal nulla. Rimane tuttavia il fatto che, nell’ambito della chiesa cattolica, i commenti nuovi alle Lettere di Paolo sono pochi.
di Alessia Muliere
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