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L’integrazione suppletiva: gli usi e l’equità

È da escludere che gli usi e l’equità abbiano valore cogente tale da poter essere utilizzate dal giudice o dall’interprete come regole sostitutive di ciò che le parti hanno programmato.
Ciò si ricava da una esegesi attenta dello stesso art. 1374 c.c. il quale “non contiene, con riferimento ad usi ed equità, il principio di sostituzione; né quella comminatoria di nullità che opera quando il contratto è illecito”.
Il richiamo agli usi o all’equità pesa solo se il silenzio delle parti ha aperto una lacuna o una ambiguità.
Né è possibile potenziare il significato dell’equità con norme o principi costituzionali perché “sarebbe ridicolo proteggere interessi sociali o collettivi mediante norme meramente suppletive”.
Ciò che è stato possibile per la clausola di buona fede non è possibile per l’equità: la buona fede si impone come criterio di valutazione dei comportamenti inderogabile per le parti, crea diritti e doveri che traggono diretta ispirazione dall’art. 2 cost.; mentre l’equità ha solo funzione correttiva e suppletiva, salvo che la legge disponga diversamente.Capitolo 5
i rimedi

L’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali di Nizza esige che si dia attuazione, in Europa, alla pretesa di un rimedio effettivo, inteso come pretesa di adeguati strumenti di tutela e idonee configurazioni processuali capaci di garantire la piena soddisfazione dell’interesse tutelato.
La riflessione sul tema presuppone l’esistenza di un interesse protetto, sicché l’approccio rimediale non incide sull’an della protezione, ma solo sulle modalità di applicazione della tutela più efficiente.
Ciò significa che il rimedio non si sostituisce al diritto, ma intende fornire uno strumento di tutela adeguato, in presenza di violazioni di interessi e diritti.
di Stefano Civitelli
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