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La CISL: un sindacato nelle aziende e nel sistema

Sin dal consiglio generale tenutosi a Bari nel gennaio '51 la CISL dovette affrontare il problema di darsi una profilo sindacale forte di stinto rispetto al sindacato comunista, partendo dalla necessità di risolvere i gravi problemi di disagio sociale che l'inchiesta parlamentare sulla miseria aveva evidenziato.
A Bari, pertanto, si parlò di un sindacato che intendeva trarre, dalla matrice cattolica, un modello solidaristico di cambiamento sociale nel quale il lavoratore doveva avere un ruolo partecipativo e non conflittuale: l'immissione dei lavoratori nella proprietà dei mezzi di produzione passava attraverso la condivisione della gestione dell'economia del paese e delle aziende.

Le relazioni sindacali che la CISL intendeva sviluppare erano di natura triangolare, con il coinvolgimento diretto dello Stato come programmatore e imprenditore della crescita economica nazionale.
A Bari furono gettate le basi per quel disegno di programmazione economica e per il rilancio dell'impresa pubblica che nella creazione dell'ENI nel '53 e nel rifinanziamento dell'IRI ebbe i suoi passaggi cruciali.
Si delineava, pertanto, un sindacato "di sistema" che, tuttavia, intendeva modificare il sistema dal di dentro.

Al congresso di Napoli del novembre '51 fu varato lo Statuto della CISL che dava preminenza alle rappresentanze di categoria rispetto a quelle delle organizzazioni territoriali, che nella CIS L prendevano il nome di Unioni sindacali provinciali.
Si pose allora anche il problema della configurazione istituzionale che doveva avere il sindacato dal momento che la cultura cattolica concepiva il sindacato come un grande protagonista della vita delle istituzioni in relazione ai fini di piena corresponsabilizzazione dei lavoratori nella vita politica ed economica del paese.
Si sarebbe trattato di tradurre in legge ordinaria l'art.39 della Cost. ma questo avrebbe comportato dei rischi sia per la minor forza della CISL rispetto alla CGIL, sia per la debolezza del sindacato cattolico nel modo industriale. Di conseguenza la CISL ripiegò sul rigetto della istituzionalizzazione del sindacato.

Il consiglio di Ladispoli del febbraio '53, fu un momento importante nella definizione di una politica aziendalistica che intendeva far guadagnare ai lavoratori adeguamenti salariali in relazione agli accrescimenti di produttività. Ciò implicava una diversificazione dei salari in relazione ai diversi livelli di efficienza e di produttività dei settori produttivi e delle aziende. Si trattava di una politica opposta a quella perseguita dalla CGIL che puntava su grandi contratti di categoria uniformi che dovevano uniformare lo status salariale e normativo dei lavoratori.
l due sindacati avevano una diversa natura: "di sistema" la CISL, "antisistema" la CGIL.
La CISL, inoltre, era più debole della CIGL nelle grandi vertenze sindacali, aveva un numero inferiore d' iscritti e si opponeva all'uso dello sciopero nazionale come strumento di lotta.

Il contrasto tra la CGIL e la CISL riguardava anche la promozione da parte del sindacato cattolico (nel luglio '54 a Roma) delle sezioni sindacali aziendali (SAS) come strumenti sindacali di controllo interno alle aziende del lavoro svolto dai comitati misti per la produttività (la CISL era contro il riconoscimento giuridico delle CI perché temeva che questo potesse rafforzare la CGIL).
Nel Consiglio di Roma del ' 54 si formulò pubblicamente la richiesta di separazione delle aziende pubbliche IRI dalla CONFINDUSTRIA. Lo scopo di Pastore e di alcuni esponenti della DC era quello di rompere il fronte della CONFINDUSTRIA per indebolire l'industria privata e fare in modo che l'industria pubblica fosse libera nei rapporti col sindacato e negli investimenti.
La CONFINDUSTRIA era contraria alla dislocazione nelle aziende della contrattazione, che implicava una sindacalizzazione interna (e pertanto erano contrari alle SAS). La CGIL era contraria per motivi ideologici e politici.
In realtà, la politica aziendalistica diede alla CISL quella presenza periferica ed quel contatto fra classe operaia e sindacato all'interno delle aziende che, invece, il centralismo della CGIL aveva incrinato, ma non si tradusse nei risultati sperati in termini salariali.
A partire dal '55 cominciarono ad essere percepibili i segni di cambiamento che avrebbero portato pochi anni dopo al "disgelo" nelle relazioni tra le confederazioni. Lo stesso Pastore, già nel '54, usò l'espressione "marciare divisi, colpire uniti" riferendosi all'azione delle tre confederazioni, indicando la via superamento della competizione tra le confederazioni quando il sindacato doveva trattare con la controparte.

di Cristina De Lillo
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