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La Favola delle Api - I ricchi e i poveri

(P) i più poveri
vivevano meglio di come vivessero prima i ricchi

Nei lontani inizi di ogni società, agli uomini più ricchi mancavano molte delle comodità della vita di cui ora godono i più poveri. Nei tempi antichi l’uomo si nutriva dei frutti della terra, senza alcuna cottura, e riposava nudo. Ciò che da allora ha contribuito a rendere più confortevole la vita è stato il risultato del pensiero e dell’esperienza, e quindi merita più o meno il nome di lusso.
La nostra meraviglia non va al di là di ciò che è per noi nuovo, e non ci accorgiamo della perfezio-ne delle cose cui siamo abituati. Rideremmo di chi trova del lusso in un vestito della parrocchia.
Le arti della fabbricazione della birra e del pane sono state condotte fino alla perfezione attuale. Tuttavia, i frutti di entrambe sono oggi goduti dai più miseri della nostra specie. Quelli che una volta furono i più ricchi e potenti del paese avrebbero ragione di invidiare i più poveri di oggi.

Gli uomini di solito non giudicano in base alla ragione ma all’abitudine. Un tempo i cadaveri dei re erano ridotti in cenere; seppellire i corpi nella terra era un funerale per schiavi. In certi tempi si guarda con orrore alle sciocchezze, in altri si contemplano con indifferenza delle enormità. E’ per questa tirannide esercitata su di noi dal costume che gli uomini uccidono gli animali per il loro cibo.
In risposta a ciò, molti diranno che poichè le cose sono fatte per servire l’uomo, non c’è crudeltà nel volgere le creature all’uso cui sono state designate. Tuttavia, molti uomini ammettono che non potrebbero fare i macellai; alcune persone si rifiutano di mangiare creature conosciute da vive.
In ciò si manifesta una sorta di coscienza di colpa, come se si cerca di salvarsi dall’imputazione di un crimine. Ciò dimostra che siamo nati con una ripugnanza ad uccidere e mangiare gli animali.
Un mercante romano, durante una delle guerre puniche, naufragò sulla costa dell’Africa. Riuscì a raggiungere la riva con uno schiavo, e si imbatterono lì in un leone. Il leone invitò il padrone ad alzarsi e gli garantì di non toccarlo, se gli avesse dato una ragione per cui non doveva divorarlo.

Il mercante raccontò il suo naufragio, ma quelle parole non impressionarono il leone; passò allora ad argomenti più solidi, discutendo la superiorità dell’uomo. Sentendo ciò, il leone cominciò a fare delle obiezioni. Il leone chiese perché, se gli dei gli avevano dato all’uomo una superiorità su tutte le creature, ora stava implorando un inferiore. Il mercante rispose che la nostra superiorità non consiste nella forza fisica, ma nella forza dell’intelligenza.
Il leone domandò perché, se l’uomo dava davvero valore alla sua specie, spesso migliaia di uomini erano uccisi per il capriccio di due. Il leone nasce senza compassione, segue l’istinto.

Solo l’uomo malvagio può fare della morte un divertimento. La natura ha insegnato al suo stomaco a desiderare solo vegetali, ma il suo amore per i cambiamenti lo ha spinto a uccidere animali senza giustizia o necessità. L’uomo non ha mai riconosciuto una superiorità priva di potere, “perché dovrei farlo io?” Così parlò il leone, e il mercante svenne.
Quando per rendere più tenera la carne degli animali maschi impediamo con la castrazione che i tendini e le fibre acquistino saldezza, Mandeville crede che ogni creatura umana dovrebbe commuoversi, pensando alla crudele attenzione con cui li ingrassiamo per poi ucciderli.
di Domenico Valenza
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