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La Signora Glaser

Madre di 25 anni di due bambini in vita (una figlia di 5, e un figlio di 3 anni) è stata ricoverata 5 mesi prima dopo aver annegato la sua terza figlia, a 2 mesi di età. La sig.ra Glaser era la più piccola di 2 fratelli, con un fratello che aveva circa 3 anni più di lei. Dopo la nascita dei suoi primi 2 figli, aveva avuto una depressione post-partum, che era durata qualche mese. La terza figlia non era voluta né da lei, né da suo marito. Subito dopo essere tornata a casa dal parto, lei aveva iniziato a dire seguenti pensieri a voce alta: “non ho più abbastanza energia per questo bambino”, “è troppo”, “sono legata”, “avevo dimenticato quanto fosse orribile avere un bambino” “non posso gestirlo”, “mettiamo via il bambino per un po'”, “voglio bene al bambino, ma non posso prendermene cura”.

Aveva cercato di persuadere una vicina di prendere la neonata, spiegando di volerla regalare “per sempre a qualcuno”.  Diceva anche “non posso crescerla, voglio bene a tutti i bambini, non posso farle del male, le voglio bene”. A volte andava nella stanza della bimba, fissandola a lungo, senza muoversi o parlare (è dissociata). È stata anche vista fissare il vuoto a lungo.

Sua suocera che era stata chiamata dal marito per aiutare a prendersi cura dei bimbi e della casa, rimase a casa durante il parto. Tornando dal lavoro una sera, il marito aveva avuto l'impressione che la moglie avesse ucciso la bimba con un cuscino, ma non era così.

Ma lui si preoccupò abbastanza da farla ricoverare. Era quindi stata ricoverata. Ma con sua grande sorpresa aveva ricevuto una telefonata dopo soli 3 giorni che diceva che ora stava bene, e che sarebbe stata dimessa. Non molto più tardi mentre faceva il bagno alla neonata, la paziente aveva avuto un blackout (dissociazione). Quando si risvegliò la neonata, era annegata.

Durante il colloquio con il clinico, la paziente sosteneva ripetutamente di «stare bene», e che poteva tornare da suo marito e dai due bambini ancora in vita.

Clinico: “Era la mia impressione che tutti (il marito ma anche il personale dell'ospedale) tendevano a evitare di metterci le mani, e volevano far finta di niente. Sentivo, e lo dissi ai miei colleghi, di avvertire una paura primitiva che insorge quando si è di fronte ad una madre che ha ucciso il proprio figlio. La sua diagnosi al ricovero era reazione schizofrenica (non aveva completamente rotto con la realtà) di tipo schizoaffettivo (cioè con disturbo dell'umore: depressione post-partum). Era una donna di statura media, non apertamente psicotica e relativamente distaccata, un po' infantile.”

La paziente si sente abbandonata, lasciata sola nella sua depressione post partum dal marito e anche dalla suocera, che si rifiuta di andare a casa sua. La paziente potrebbe aver provato tantissima rabbia, invece sembra totalmente incapace di verbalizzare questo suo vissuto. Se non percepisce tutta quella parte di sé, può mettere a rischio anche gli altri: lui vuole indagare tutti gli altri significativi della sua vita e ciò che prova rispetto ad esse. Sua figlia è una personificazione, così come lei stessa è una personificazione. Uccidendo la propria figlia, essendo preda della depressione post-partum (che può essere di natura psicotica), uccide anche se stessa, siccome la bambina può essere una sua personificazione.
 
Per far fronte a questa situazione, la madre sminuisce, dice che tutti continuano a volerle bene, parta della figlia come di una “bambolina” (deumanizzazione). Non è in preda all'angoscia di avere ucciso sua figlia; sembra una persona che ha ancora quel grosso non-Me rabbioso che potrebbe spingere in una situazione altrettanto gravosa, a compiere altre azioni simili. Il terapeuta utilizza sarcasmo, durezza, umorismo per tentare di entrare in relazione con una paziente che basa tutto sulla negazione di qualsiasi emozione negativa.

L'obiettivo è quello di comprendere l'esperienza passata piuttosto che “dimenticarla”. Sullivan continua a porgere l'attenzione a dati di realtà (“ha ammazzato, non era una bambola), ridicolizza la paziente, cerca di far emergere l'ansia, per cercare di renderle comprensibili elementi che prima non lo erano.

L'episodio dissociativo (il blackout davanti alla vasca da bagno) fa vedere come ci siano parti di Sé che non sono sperimentati come suoi: non è stata lei a uccidere la figlia, ma la sua malattia.

Rispetto all'analista, rispetto al papà tanto amato che lei così dispiaciuta non poteva andarlo a trovare all'ospedale e rispetto al marito che così buono non potrebbe mai avere un pensiero cattivo, lei sembra una bambina bisognosa, che ha bisogno di protezione, convinta di avere persone così buone intorno a sé. L'analista costantemente sfida questa sua personificazione degli altri come tanto buoni e di se stessa come tanto buona.

Da un lato vi è la bambina bisognosa, dall'altro abbiamo un Sé sempre infantile legato alla bambina rifiutata, controllata da parte dei genitori. Quando uccide la bambina uccide una parte di Sé, ma anche altri (la suocera, la mamma…): tutti coloro che l'hanno rifiutata. La bambina è vista come minaccia perché si è messa in mezzo tra lei e suo padre, impedendole di andare in ospedale, e tra lei e il marito. L'aggressività crea la bambina non bambina ma bambina-bambola. L'ipotesi è che il materiale intollerabile derivi da situazioni passate. Il terapeuta vuole reintegrare l'esperienza dissociata della paziente, esplorando l'esame di realtà della paziente, tenta di costruire un ponte dalla paziente verso la realtà (“tu hai ucciso tua figlia”).

Diversamente da tutti gli altri, Sullivan non è inorridito, perché l'orrore si sottrarrebbe dalla sua esperienza e quindi limiterebbe la sovrapposizione tra le loro esperienze.

di Mariasole Genovesi
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