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La condizione del bandito nell'impero Romano

Nell’immaginario popolare i tratti essenziali della figura del brigante sono: bandito isolato che vanta una tradizione ereditaria di fuorilegge, un’alterità barbarica, l’affermazione della propria personale indipendenza; una forma di banditismo questa generalmente caratteristica delle società contadine. Potremmo definirla un’economia di violenza, ovvero una delle forme comuni di comportamento economico, un particolare modo di acquisire beni che si affiancava all’agricoltura, alla pesca, alla pastorizia, alla caccia come uno dei fondamentali modi di vita economici dell’uomo. Nei racconti di Plutarco, come in quelli di Ammiano Marcellino relativi ai grossi problemi che affliggevano l’impero romano negli anni 80-50 a.C. il brigantaggio diventa una minaccia allo stato su larga scala, una forma più permanente e collettiva di violenza, provocata dall’anomala coesistenza di più poteri statali nel Mediterraneo, fenomeno che permise e favorì la sua fioritura, rappresentando una piaga che afflisse prima l’Impero Romano, poi quello bizantino. In primo luogo il banditismo è una forma di potere personale, basato sul carisma, sull’impressione destata dall’aspetto, sulla forza bruta e sui legami di tipo personale (familiari, di amicizia o clientelari). Come tale si tratta di una forma di potere originaria conosciuta all’uomo, l’anarchia, dunque storicamente anteriore allo stato; infatti il banditismo può essere soppiantato solo da forme di potere istituzionalizzate. Nella terminologia latina i banditi erano solitamente definiti latrones e il banditismo come latrocinum. Secondo la visione propria dei Romani o si era uno stato legittimo e riconosciuto, in grado di combattere una guerra regolare con lo stato romano, o si era un bandito. In questo modo il mondo veniva ad essere diviso in categorie più rigorose delle nostre: mancavano nel loro spettro le sottili sfumature della violenza non statale. Le faide di villaggio, le scorrerie tribali, i diversi tipi di rivolte urbane (causate dalla fame o da motivi religiosi), ecc., non sono incluse come tali nella definizione. Benché noi possiamo escludere queste altre forme di violenza da quello che consideriamo il banditismo propriamente detto, occorre ricordare che i Romani non facevano queste sottili distinzioni; siamo noi a farle. Le mura cittadine, non segnavano solo il limite sacro e istituzionale che separava il centro urbano dalla campagna (dove era più facile il raggrupparsi di gruppi di briganti) ma costituivano anche una difesa contro le minacce costanti rappresentate dalle scorrerie di briganti locali. Quando ogni sera, le porte si chiudevano, isolavano il villaggio dal circostante mare di pericoli che si faceva particolarmente minaccioso durante la notte; dentro le mura poi, in ogni casa, le porte venivano serrate e sprangate per premunirsi dagli assalti dei banditi. Uscire volontariamente dalla città di notte era considerato pazzia. La mancanza di una moderna rete di comunicazioni, la scarsa illuminazione notturna, un'amministrazione locale discontinua e corrotta, una polizia non all’altezza della situazione e altre deficienze del genere incoraggiavano uno stato di latente anarchia nelle campagne, specialmente di notte (tanto avveniva nella Roma imperiale quanto nella Roma dei scoli XVII-XIX). La possibilità di morire o di subire un danno in un assalto di banditi era trattata come un comunem dannum, equivalente al nostro incidente, e considerata una sorta di calamità naturale al pari di un terremoto una tempesta. A conferma di ciò i numerosi epitaffi tombali che ricordano come il defunto sia stato ucciso dal bandito, sparsi in tutte le regioni dell’Imero, piccolo indizio di come la minaccia sia più generalizzata.

di Alessia Muliere
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